Il Blog di Marco Zulberti
Più sociologia che economia per il Festival della crisi
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- Pubblicato Mercoledì, 30 Maggio 2012 09:50
- Scritto da Marco Zulberti
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I risultati del vertice del G8 con l'invito finale del presidente Barak Obama rivolto all'Europa di trovare soluzioni per salvare la Grecia ed uscire dalla crisi del debito, precedono di qualche giorno l'apertura del Festival dell'Economia di Trento, che il premio nobel Paul Krugman più volte ospite, aveva definito la "Davos" dei popoli. Ed è proprio da quel Krugman che recentemente aveva annunciato la Eurodammerüng, il crepuscolo dell'euro, che intende partire questa analisi sul potenziale tornante della crisi grazie alla riscoperta del collegamento tra sociologia ed economia. Non è un caso che gli interventi più attesi negli ultimi Festival dell'Economia di Trento siano stati quelli di sociologi come Zigmunt Baumann o di economisti alternativi come Fitoussi e Latouche.
Quello che per l'economia, inteso come conto economico e come modello produttivo, è fallito, non lo è per la sociologia. Se non fosse così la storia si sarebbe fermata da secoli. Pensare, riflettere, trovare nuovi strumenti giuridici e nuove soluzioni, come ad esempio un sistema di garanzie comuni a tutti i paesi europei, sono azioni attivate non dagli economisti, fermi nei loro paradigmi ma da filosofi come Karl Marx e Auguste Comte, da sociologi come Max Weber e Herbert Marcuse, da logici come Karl Popper.
Quando il modello economico va in crisi per eccesso di specializzazione, e quindi di produzione, quando l'economista chiuderebbe la "fabbrica" in difficoltà, il sociologo fa un passo indietro e trova delle soluzioni, perché non tiene conto solo del conto economico, ma si eleva ad una prospettiva più ampia, in cui i soggetti in campo non sono i greci, o gli argentini, in quanto insiemi di individui singoli, ma istituzioni come il comune, la provincia, la regione e lo stato, con i propri beni demaniali, i loro territori, le risorse naturali, collegate ad una sorta d'infallibilità storica dei popoli. In economia quando il problema è di uno solo dei partecipanti, come nella teoria dei giochi di John Nash, allora questo viene escluso, ma quando il problema è di tutti questo facilita la ricerca di una soluzione.
Se ascoltiamo solo gli economisti alla Krugman, o i finanzieri alla Soros, che fino al 2008 investivano sull'Euro ed ora dicono che l'Europa è fallita, sicuramente la povertà si affaccerebbe sul nostro mondo. Ma se il problema del debito è condiviso dalla maggioranza dei paesi europei, si possono trovare soluzioni socialmente condivise, grazie alla prospettiva della moderna sociologia e della stessa politica del buongoverno.
Questo è il tornante che la società europea sta compiendo in queste ultime settimane a partire dalla presa di coscienza nella società tedesca che mentre "gode" dei rialzi del bund, vede i greci, gli spagnoli e gli italiani, togliersi la vita per la disoccupazione.
L'economia non si deve fermare al conto economico, ma alzare lo sguardo, come i sociologi dell'ottocento, con la prospettiva del lungo termine dei popoli. Non possiamo paragonare la prospettiva di un individuo, di un singolo imprenditore, a quella di un popolo. Quale imprenditore singolarmente costruirebbe con capitali immensi porti, aeroporti, reti autostradali e ferroviarie, fognature, acquedotti, scuole solo per lucro, solo per l'utile? Non basta una vita a vedere certi risultati e qualsiasi imprevisto bloccherebbe l'impresa. Determinate opere possono essere opera solo dei popoli che per questo motivo devono essere considerate infallibili. Il contabile chiamato a valutare le spese per raddrizzare la Torre di Pisa, probabilmente ne avrebbe avallato la demolizione, per costruirne una nuova.
La recente riscoperta della sociologia in campo economico, esattamente come negli anni Settanta, rappresenta un campo alternativo e vitale, di sopravvivenza, che altrimenti gli stretti contabili dell'economia ci negherebbero. La sociologia spiega la crisi e la comprende meglio, offrendo all'economia gli strumenti che superano la miopia del freddo conto economico.
Non siamo mai stati così ricchi e capitalizzati, mai così pieni di beni di ogni tipo, sia mobili che immobili, ma questi istrioni dei mercati e della liquidità, ci vorrebbero convincere che siamo tutti "poveri", che siamo soli e che la società è destinata alla rovina. E' un errore di prospettiva drammatico che va svelato e corretto.
Il problema è sì la liquidità, ma questa come altre volte nel passato va reinserita nel sistema o studiando circuiti alternativi o iniettandola attraverso l'inflazione, abbassando contemporaneamente le tasse e le spese dello stato. Questa crisi se affrontata correttamente deve diventare la Dammerüng della politica e non dell'Euro: Se diamo retta agli economisti contabili, lo stato veramente fallisce ma ci ritroveremo ancora con gli stessi politici. In Argentina è successo questo. Allora cerchiamo su invito di Obama e della alleanza con Hollande e Monti, di alzare lo sguardo alle istituzioni e strutture sovra nazionali europee, come fanno i filosofi e i sociologi. E' da questa alleanza solidale tra i popoli europei che verranno sia la forza che le soluzioni per uscire dalla crisi.




