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Il Blog di Marco Zulberti

La montagna? Una riserva indiana. Dal Blog di Marco Zulberti

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Negli ultimi anni le pagine dell'informazione locale si sono sempre più occupate delle cronache riguardanti la fauna alpina con orsi, lupi, cinghiali, aquile, cervi, pecore, maiali e galline, diventati soggetto centrale che riempie costantemente le prime pagine per la felicità dei lettori cittadini che si sentono attorniati positivamente da una montagna tornata selvaggia, che alimenta la fantasia della classe dirigente, felice di vivere in una sorta di ritrovato paradiso terrestre. In queste cronache di avvistamenti ravvicinati, investimenti, con gli orsi come protagonisti, e più recentemente con il lupi, non si contano più ormai anche i danni e le difficoltà che una tale espansione delle specie protette creano all'uomo "selvaticus", che invece aimè ancora vive sulle montagne, dove cerca di condurre le ultime stalle e allevamenti, curare gli ultimi prati, tagliare gli ultimi boschi, e che non è ancora estinto, nonostante le mille regole che i cittadini hanno emanato sugli scranni dei parlamenti centrali perché si allontanino per sempre da quella vita orribile, grezza e ottusa, del montanaro.

Allora anche la notizia che un politico come Dürnwalder, che si è schierato alla difesa delle ragioni di questi ultimi "bauer", venga multato in modo esemplare da Roma, in modo da avvertire quanti in futuro volessero seguirne l'esempio, deve innescare una seria riflessione. La montagna antropizzata, ricca di paesi e valli piene di attività artigianali, con l'agricoltura e gli allevamenti che sfruttavano ogni angolo fino al limite delle rocce per estrarne un reddito, con le sue processioni dei patroni, con la banda musicale e i cori parrocchiali e di montagna, oggi sta scomparendo per sempre. Mille norme la stanno annientando. Chi possiede un vecchio maso, un vecchio "casinel", non riesce a mettere a posto due tegole, a cambiare un serramento, a tagliare una pianta, a restaurare un camino senza dover affrontare la "selva", quella sicuramente più cattiva, dell'apparato burocratico, pronto solo a denunciare qualsiasi anomalia o comportamento che metta in discussione le leggi sulla sicurezza o sul paesaggio, mentre chi se lo può permettere costruisce tutto in deroga. Dove questa vecchia vita montana sopravvive lo è solo per una sorta di fiction da riserva indiana, finanziata dagli uffici turistici, con finte feste, finti carnevali, finte sagre, che di originario non vi hanno più nulla e dove gli ultimi montanari, gli ultimi "bauer", sono pagati per vestire in modo tipico e tagliare i prati per non urtare lo sguardo dell'intellettuale cittadino, che ama osservare l'aria bucolica di contadini antichi che vivono in una simbiosi "poetica" con orsi, lupi e aquile. Ma questo solo nei pressi della località turistiche.

E intanto la montagna e la sua economia crollano, scompaiono, con gli ultimi montanari che si devono difendersi dalle carte bollate, dai tecnici comunali, districarsi tra le mille norme e oggi anche da una convivenza con una fauna che per secoli era rimasta residuale. La decadenza economica del Trentino rispetto all'Alto Adige sta anche in questa assenza di un politico come Dürnwalder, che sappia schierarsi con la vera vita della gente di montagna, senza umiliarla ad una fiction da "riserva indiana" come la sta riducendo la giurisprudenza emessa dalla classe dirigente cittadina. Quando il principe vescovo Wanga di Trento nei primi decenni del 1200, concesse alle maestranze minerarie montane trentine, ai "silberer", l'autonomia nella gestione della giustizia (il toponimo della Judicaria sembra arrivare da quel tempo), ne riconosce anche la libertà di gestione economica della montagna. E questa autonomia della montagna non era una prerogativa solo trentina, ma valeva per tutta la montagna italiana.

Oggi, con l'avvento dello stato nazionale, la progressiva decadenza della montagna, sembra spiegabile proprio con la progressiva sottomissione della vita di montagna alle leggi, alle norme, alle tassazioni, a quella economia di scala e di mercato imposte dalla città, compresa quest'ultima fase dove non si parla più della vita e dei problemi delle comunità montane ma degli orsi, dei lupi, dei cinghiali, delle aquile che la stanno riprendendo. Osservando i ruderi delle case rurali che vedo sparsi per molte vallate periferiche trentine c'è da chiedersi se in città sono consci di quanto un orso, osservato attraverso "Youtube" sia più falso e più fiction, di questo progressivo e concreto avanzare della "riserva indiana". La montagna oggi "ribolle" come "ribolle" la pianura e la necessità di un cambio radicale nell'autonomia della sua gestione non riguarda quella regionale con lo stato, ma quelle molto più corta con i suoi stessi capoluoghi cittadini.