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Al Festival dell'Economia l'eredità di Ferdinando Targetti. Il ricordo dell'Università di Trento dell'economista scomparso il 10 luglio 2011
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Incontro in memoria dell'economista Ferdinando Targetti, professore e politico scomparso un anno fa. Amici, colleghi ed economisti da varie università italiane si sono uniti nel ricordo della sua figura carismatica. Con la sua influenza svolse un ruolo chiave in Ateneo e nella fondazione della Scuola di Studi internazionali, avvicinando all'Università trentina figure di rilievo tra cui Giuliano Amato, Carlo Azeglio Ciampi, Tommaso Padoa-Schioppa, e il Presidente Giorgio Napolitano.
Al Festival dell'Economia l'economista Diane Coyle incontra Alessandro Profumo. Chi ci salverà dalla crisi? ai governo la responsabilità
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"Se la Grecia uscirà dall'euro noi siamo impreparati e corriamo forti rischi" è intervenuto così Alessandro Profumo, presidente di Monte dei Paschi di Siena, durante l'incontro odierno al Festival dell'Economia che portava l'omonimo titolo del libro della protagonista dell'evento, Diane Coyle, membro del consiglio di amministrazione della BBC, "Economia dell'abbastanza". Ed è proprio tra le pagine del libro dell'economista freelance – è così che ama definirsi – che si cela la soluzione alla crisi economica e che in sintesi può essere definita così: "I mercati funzionano bene quando i governi funzionano bene".
Il debito pubblico, il male dell'Italia: misure austere, no all'eccesso di zelo
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«Misure come il pareggio di bilancio in Costituzione rischiano di farci rincorrere la recessione, così come ulteriori tagli di spesa. Va bene rientrare ma non bisogna eccedere nello zelo». L'analisi e la critica dell'economista Giuseppe Pisauro, che ricostruisce la storia del debito pubblico italiano tra luci e ombre. «Gli impegni con l'Europa vanno rispettati, ma quella del pareggio di bilancio non deve essere una misura strutturale». La crescita del debito è da ricercare nella mancata sincronizzazione tra aumento della spesa e aumento delle entrate.
L'evoluzione del debito dice molto sullo stato di salute di un'economia. Il suo andamento ha importanti implicazioni distributive tra le varie generazioni. Di debito, inflazione e misure per superare la recessione si è parlato oggi nell'ambito del Festival dell'Economia di Trento nell'incontro con l'economista Giuseppe Pisauro, rettore della Scuola Superiore dell'Economia e delle Finanze "Ezio Vanoni" che si è tenuto alla Facoltà di Economia dell'Università di Trento. Un problema, quello del debito pubblico che – come ha spiegato nel suo intervento Pisauro – che l'Italia, a differenza degli altri Paesi europei, ha conosciuto ben prima di questa crisi globale, con un rapporto debito pubblico/Pil che nel corso della sua storia unitaria ha superato il 60% in 111 anni su 150 e il 100% in 56 anni su 150.
«La causa originaria della crescita del debito sta nella mancata sincronizzazione tra aumento della spesa e aumento delle entrate – ha spiegato Pisauro. La crescita della spesa pubblica inizia nella seconda metà degli anni '60. È frutto di grandi riforme che riguardano l'istruzione, la previdenza, la sanità. Ad esempio, la scuola media unificata, il sistema pensionistico retributivo, il servizio sanitario nazionale: in una parola, la costruzione di un welfare state. La crescita delle entrate, invece, inizia solo dopo la riforma tributaria del 1974».
«Le variabili cruciali – aggiunge Pisauro – sono il tasso di crescita del pil e quello di crescita del debito e la forbice tra di loro. A incidere in questo rapporto sono però anche gli interessi: sono questi ad aver determinato l'allargamento della forbice a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. La prima metà degli anni '60 e '70 e gli anni '80 sono stati i periodi di più intensa crescita. Negli anni '70 e '80, il disavanzo (l'indebitamento netto) è notevolmente aumentato. In una prima fase, a partire dalla fine degli anni '60, l'aumento è stato determinato dalla componente "primaria": nel 1975 il disavanzo primario tocca il livello record (8,1%). A questo punto, il debito accumulato è già diventato significativo e il suo servizio richiede una crescente spesa per interessi. Negli anni '80, nonostante il dimezzamento del disavanzo primario, il debito cresce sempre più velocemente alimentato proprio dalla spesa per interessi. Negli anni '90 si è iniziato a realizzare un rilevante avanzo primario, che si è riflesso in una diminuzione del disavanzo complessivo e, in un secondo tempo, dopo l'ingresso nell'Unione monetaria europea, della spesa per interessi. Negli ultimi sessanta anni, l'incidenza della spesa delle amministrazioni pubbliche sul PIL si è raddoppiata, passando dal 24 per cento del 1951 al 52,5 del 2009 al 50,5 del 2011. Nel 2015 è prevista al 49,1%».
«Nel periodo 1992-2007 – prosegue Pisauro – si assiste ad un mezzo risanamento: dal 1992 si inizia a realizzare un rilevante avanzo primario e dal 1994 il debito/Pil inizia a scendere. L'ingresso nell'Unione monetaria europea fa scendere rapidamente la spesa per interessi (il dividendo dell'euro) e il debito/Pil diminuisce più rapidamente. Ma all'inizio degli anni 2000, l'avanzo primario si riduce, fino ad annullarsi nel 2005. Gli anni 2000 rappresentano invece un'occasione perduta. Tra i Paesi europei che hanno ridotto il debito pubblico nel periodo 2000-2007, l'Italia è l'unica ad averlo fatto aumentando le spese e diminuendo le entrate. L'avanzo primario è sceso dal 6,7% del 1996 allo 0,2% del Pil nel 2005, quindi la diminuzione del debito è stata relativamente modesta (da 113,7 nel 1999 a 103,5 nel 2007 subito prima della Grande recessione)».
Ma com'è cambiato l'andamento della spesa in termini reali? «Al netto dell'andamento dell'inflazione – spiega Pisauro – negli anni Ottanta la spesa pubblica è cresciuta del 4%. Poi, all'inizio degli anni Novanta si è registrato un calo per alcuni anni, ma con l'ingresso nell'Euro e per una decade si è visto un nuovo graduale aumento, arrestato solo da un paio di anni a questa parte. La previsione oggi è quella di avere una spesa pubblica decrescente costante in termini nominali per i prossimi anni: un'anomalia positiva nell'andamento italiano, anche rispetto alla situazione internazionale, ma forse tardiva. Per il futuro, tutto ruoterà attorno al nuovo Fiscal compact, un pacchetto di regole europee che introduce varie novità e impone alcune misure piuttosto rigide. La più significativa riguarda la riduzione del rapporto debito pubblico/Pil (verso il 60% del Pil) che deve essere graduale e costante e la misura del pareggio di bilancio in Costituzione. Misura che in Italia è stata varata con l'obiettivo del 2014. Se lavoreremo bene ci potremmo arrivare nell'arco dei prossimi vent'anni. Ma il problema è che per arrivarci, la regola del pareggio di bilancio potrebbe costituire un eccesso di zelo, così come ulteriori tagli alla spesa. È paradossale ma, rientrando troppo rapidamente, si rischia di rincorrere la recessione, invece di generare ulteriori benefici sull'andamento dell'economia. Certamente dobbiamo rispettare gli impegni presi con l'Europa, ma il pareggio di bilancio deve essere considerato una misura non strutturale, per evitare di bloccare lo sviluppo e di consegnare alle generazioni future un onere ancora maggiore».
Il debito pubblico, il male dell'Italia: misure austere, no all'eccesso di zelo
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«Misure come il pareggio di bilancio in Costituzione rischiano di farci rincorrere la recessione, così come ulteriori tagli di spesa. Va bene rientrare ma non bisogna eccedere nello zelo». L'analisi e la critica dell'economista Giuseppe Pisauro, che ricostruisce la storia del debito pubblico italiano tra luci e ombre. «Gli impegni con l'Europa vanno rispettati, ma quella del pareggio di bilancio non deve essere una misura strutturale». La crescita del debito è da ricercare nella mancata sincronizzazione tra aumento della spesa e aumento delle entrate.
I giovani multitasking e gli immigrati digitali. Al festival dell'Economia cambiamenti nella scuola e le differenze generazionali
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I ragazzi italiani sono "nativi digitali" e multitasking. Usano sempre più le nuove tecnologie della comunicazione, stabiliscono relazioni attraverso i social network. Di fronte a loro, sulle cattedre scolastiche siedono insegnanti, o meglio, "immigrati digitali" che si sono formati attraverso vecchie logiche e che di Internet & Co ne sanno poco o niente. Quella digitale è una grossa potenzialità. La scuola però, è inutile negarlo, si è trovata un po' indietro. Non è stata pronta a cavalcare questo mondo e a sfruttarlo nel modo migliore possibile. Utilizzare il pc rappresenta, soprattutto nel caso di alunni stranieri, una carta vincente ma non si deve mai commettere l'errore di dimenticare la relazione con gli insegnanti. Il computer può servire a rompere la lezione frontale ma la dimensione umana quella non si deve mai perdere.
Antonio Tricarico: "Il pensiero economico non ammette ancora il peso della finanza". Un'altra economia per le generazioni future
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Crisi economica, rischi legati alla finanza e modelli alternativi. Questi i temi al centro dell'incontro "Coltiviamo un'altra economia. La terra non è un dono dei nostri genitori, ma un prestito dei nostri figli" promosso da Mandacarù Onlus e Altromercato al Mart di Rovereto. Un'occasione per parlare di commercio equo e solidale, gruppi di acquisto solidali (gas) e microcredito, modelli sui quali in questo momento di crisi l'attenzione da parte delle istituzioni è forte.
L'incontro, moderato dal giornalista Francesco Terreri, ha visto la partecipazione di Leonardo Becchetti, professore di Economia politica all'Università Tor Vergata di Roma e presidente del comitato etico di Banca popolare etica, e Antonio Tricarico, coordinatore della campagna per la riforma della Banca Mondiale.
"La società è davanti a una scelta: essere la civiltà delle scommesse e della speculazione o essere la civiltà della responsabilità. Nella prima le persone sono neutrali verso gli eventi e puntano al solo guadagno, nella seconda le persone hanno la speranza di cambiare le cose". Il professor Becchetti invita la società a porsi delle domande per cambiare il sistema economico attuale. "Il mercato siamo noi" ha proseguito Becchetti, illustrando la possibilità di cambiamento data dalle scelte dei cittadini verso banche e imprese amiche del lavoro e amiche dell'ambiente. Becchetti ha osservato che qualcosa sta cambiando e che alcuni processi, seppur in modo molto lento, sono in corso. La società però, secondo la sua riflessione, è oggi ancora "prigioniera di catene invisibili" e deve crescere in consapevolezza per attuare modelli alternativi.
La conferenza si è concentrata sulla situazione del mondo dell'agricoltura dove la finanza ha fatto il suo ingresso con forza negli ultimi anni con pesanti conseguenze. In quest'ambito si stanno facendo strada però anche altri modelli economici, un'economia altra e attiva che da piccola realtà si sta trasformando in un fenomeno al centro del dibattito delle maggiori istituzioni, in particolare in questo momento di crisi economica. Su questo tema è intervenuto anche Antonio Tricarico, denunciando l'impatto della finanza sulle materie prime. "Un impatto ormai riconosciuto ma ancora non ammesso dal pensiero economico" - ha sottolineato Tricarico. "Questo fa sì che queste dinamiche procedano immutate". La crisi alimentare del 2007 e 2008 ha avuto un impatto diretto su 115 milioni di persone, nel 2010 e 2011 è stata alla base di rivolte e cambi di regime, ha proseguito Tricarico, sottolineando il peso della finanza in questi fenomeni e in particolare dei prodotti derivati che hanno profondamente mutato la situazione. La conferenza è stata l'occasione per la presentazione da parte di Altromercato della campagna "Io.Equo – Coltiviamo un'altra economia" per promuovere il modello del commercio equo e solidale.
"Cose da non credere. L'Italia che non c'è nelle statistiche". Oscar Giannino ha presentato il libro di Dalla Zuanna e Weber
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È vero che non ci sono più le famiglie di una volta? Che l'invecchiamento della popolazione impoverisce un Paese? Che in Italia ci sono troppi immigrati? Sollecitati dal giornalista Oscar Giannino, Guglielmo Weber, professore di Econometria all'Università di Padova e direttore del nuovo Centro Studi Economici Antonveneta, e Gianpiero Dalla Zuanna, professore presso le facoltà di Lettere e Filosofia e di Scienze Statistiche dell'Università di Padova, autori del libro "Cose da non credere", hanno parlato di un'Italia che non si trova nei dati statistici.
Eric A. Hanushek: "La crescita di un paese è strettamente connessa al grado della sua istruzione"
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"Stiamo derubando i nostri figli?" A questa domanda, Eric A. Hanushek della Stanford University, nella sua relazione al Festival dell'economia 2012, non ha dato risposta, ma ha stimolato una serie di importanti interrogativi e soprattutto ha provato, dati alla mano, come investire sui giovani sia determinante per l'economia di un Paese e come la crescita della sua stessa economia sia strettamente connessa al grado di istruzione.
Macchè giovani bamboccioni: nell'Italia delle scarse opportunità, difficile diventare grandi
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I giovani italiani negli ultimi anni sono stati nel mirino di molti politici che dal loro pulpito li hanno definiti bamboccioni e persino "sfigati". Appellativi che hanno spaccato l'opinione pubblica ma che hanno anche attirato l'attenzione su quella "sindrome del ritardo" che affligge il mondo giovanile in Italia. Ma la colpa non è loro, almeno non solo, ma di una società che spesso è incapace di offrire opportunità e prospettive come emerso dall'incontro di oggi nell'Aula Kessler della Facoltà di Sociologia. Dal mondo della scuola a quello del lavoro fino alla scelta di lasciare il tetto famigliare per crearsi una vita propria la crescita del giovane italiano è davvero ad ostacoli e raggiungere l'indipendenza, quasi, un'impresa.
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