JEFF BUCKLEY. "GRACE" (1994). Un diario di solitudine ma pieno di grazia
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- Categoria: La musica sei tu
- Pubblicato Martedì, 27 Maggio 2014 16:44
- Scritto da Kimbo Ina Vellocet
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A ben guardare questo album non abita sulle vette dell'innovazione, non possiede il carisma folgorante del genio maledetto, non avanza ipotesi per il futuro e non propone altro se non candore, passione, intensità. "Grace" di Jeff Buckley, a dispetto di tutte le logiche che vorrebbero dalla musica solo il "bernoccolo dell'avanguardia", non contiene materia espressiva di ribellione o istigazione al cambiamento ... No! "Grace" si presenta con la sua aura esistenzialista, si pone come il diario di un autore capace di trasgredire alle regole e che non vuole diventare colui che falsamente la cultura rock desidera: "Grace" è e rimane il canto profondo di un artista pieno di talento capace di farsi ascoltare fino alle lacrime. Le nostre. Un essere speciale come poche volte è accaduto di incontrare, un vero e sincero ragazzo dalle corde vocali dotate di immensità. Il disco viene confezionato nel 1994 e subito riesce a calamitare l'attenzione sensibile di tanti ascoltatori che non dimenticheranno più il "succo" di verità sprigionato dalle canzoni in esso contenute. A partire da "Mojo Pin", l'introduzione dove in un crescendo sonoro lieve e ovattato appare la voce di Jeff come il lamento di un angelo caduto. Sublime segue la canzone eponima "Grace", dove i sussurri lasciano spazio alle grida tormentate; e poi "Last Goodbye" dall'incipit più solare dove troviamo sezioni d'archi mentre aprono panorami colmi di luce.
"Lilac Wine" è il soliloquio pensieroso di un artista in preda alla solitudine. "So Real" appare fra le song più interessanti, per quel battito in sospensione che perdura lasciando un clima di costante attesa. "Halleluja" (di Leonard Cohen) apre con un respiro ansimante prima di lasciare quasi completamente spazio alla voce ormai divenuta elemento privo di artificio. "Lover, You Should've Come Over" è luogo dove un triste harmonium sembra spalancare le porte dell'abbandono, ma ancora di più appare il manifestarsi della solitudine in "Corpus Christi Carol" (di Benjamin Britten) dove la voce si apre pulita e nitida, "alla Farinelli" come fosse costretta dalle navate di una cattedrale gotica.
Tutto finisce inesorabilmente e ricade nella contemporaneità allorquando si insinua "Eternal Life", forse la canzone più rock dell'intero album. In decima traccia ecco la meditativa "Dream Brother" dove le intenzioni orientaleggianti dell'inizio, aprono scenari di intensità spirituale e di riflessione ... Il brano dove invocazione e preghiera sembrano trovare corpo e spazio al fine dell'essenza e dell'interiorità. Bellissimo! Il disco conclude con l'undicesima traccia "Forget Her", una ballata piena di grazia e bellezza come raramente accade di trovare.
Jeff Buckley nasce ad Anaheim (California) il 17 novembre 1966 e muore a Memphis (Tennessee) il 29 maggio 1997. Un pensiero.




