Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini
Ai miei "scolari"
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- Categoria: Quell'illuso del Musón
- Pubblicato Martedì, 20 Marzo 2012 18:15
- Scritto da Mario Antolini Musón
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Sono tanti anni che ho sempre pensato di scrivervi ma se non lo faccio ora, poi non sarò più in tempo. Vi ricordo ancora tutti: quelli di Pelugo (i primi... e non sapevo insegnare, dal 1955 al 1958), poi quelli di Saone (dal 1958 al 1966 con un sacco di attività collaterali che ancora rimpiango per l'entusiasmo e lo spirito "comunitario" di tutto il paese con la fattiva collaborazione di Silvia Marchiori Scalfi), poi quelli di Tione (dove ho dovuto provvisoriamente trasferirmi dal 1966 al 1969, solo perché avevano "chiuso" la Scuola di Saone), poi quelli di Breguzzo (per un esperimento mal riuscito di "scuola a pieno tempo"), quindi a Bondo (nella nuova scuola e con tanta allegria attorno dal 1970 al 1975) ed infine a Zuclo (fino al 1980 con pochi alunni ma tutti in gamba e solidali).
Penso spesso a quei fanciulli-ragazzi, dagli 8 ai 10 anni, che mi erano stati affidati nel momento cruciale del loro sviluppo e che ancora oggi mi chiedo se li ho aiutati davvero a "crescere" come essi erano e come volevano essere, oppure se li ho oppressi con delle "categorie" obbligatorie a causa dei programmi scolastici del tempo e della mia insufficiente preparazione professionale.
Ho percepito spesso l'arretratezza della struttura scolastica che ci obbligava a "passare" alle nuove generazioni quello che a noi proveniva dal passato, senza la capacità di proiettare lo sguardo (e l'indagine) al futuro che stava già premendo e noi non lo percepivamo. Discutevamo ancora se era possibile andare sulla luna, perdevamo ore ed ore a fare le quattro operazioni a mente e con la matita, curavamo la bella calligrafia senza imparare a usare la macchina da scrivere, leggevamo vecchi libri di lettura senza buttarci subito su quanto cominciava a proporci la televisione anche in campo letterario, storico e scientifico.
Erano gli anni '60-'70 in cui già irrompevano nel mondo giovanile i "Fumetti" e nei piccoli centri abitati non vi erano edicole, mentre diventavano obsoleti "Il Corriere dei Piccoli" ed "Il Vittorioso". Nella case fortunate entravano i primi televisori, ma la povera gente ne era priva; i "siori" compravano le prime calcolatrici e tutti gli altri continuavano a sciupare ore ed ore a fare le quattro operazioni aritmetiche a mano e ad estrarre le radici quadrate da numeri impossibili. E noi insegnati lì in mezzo senza sussidi didattici adatti per fare da giusto tramite tra il ricordo/patrimonio del passato ed il nuovo che incombeva. Un vero dramma vissuto sulla testa di generazioni obbligate ad affrontare il loro presente, e soprattutto il loro futuro, senza un'adeguata preparazione aggiornata.
Noi maestri ancora con la Disfida di Barletta, Enrico Toti e il Monte Grappa, mentre vi erano già stati i lagher nazisti, i gulag russi e la bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki che avevano spostato gli interessi storici e culturali su ben altri confini internazionali. I sacerdoti, in classe, erano fermi al catechismo di Pio X mentre erano alle porte delle case le televisioni ed ai confini dello Stato le colonne migratorie che imponevano l'incontro con altre religioni.
Noi, maestri, in quegli anni, avevamo fanciulli e fanciulle che non sono altro che gli uomini e le donne di oggi (del Duemila e oltre) oramai destinati a viaggiare a 200 all'ora, ad usare le calcolatrici ed i computer continuamente perfezionati, ad avere rapporti continui col prossimo attraverso cellulari e tablet; uomini e donne che vengono tempestati dall'informazione di tutto il globo terrestre e che devono rapportarsi con genti di ogni terra e regione mentre io, allora, continuavo a correggere le doppie, a compilare le schede di valutazione (sempre fasulle), a fare crocette sulle operazioni sbagliate, a chiedere la data della fondazione di Roma e la recita a memoria della "Cavallina storna"...
Quando vi incontro, miei cari ragazzi ormai diventati adulti (fra di voi anche nonne/nonni e parecchi già in pensione) tante volte ho vergogna a pensare che ho potuto fare pochissimo per aiutarvi a vivere quello che è diventato il "vostro" mondo, mentre io continuavo ad obbligarvi a fare riferimento soltanto al mio mondo ed a quello che noi "credevamo" (inconsciamente) fosse diventato il vostro mondo, ed invece non abbiamo saputo percepire che voi avreste dovuto affrontare modi di vita e di comportamento del tutto diverse per cui avreste dovuto usufruire di una preparazione del tutto diversa.
Questo è il grande cruccio che porto con me e, quando vi incontro, ho sempre paura che possiate rinfacciarmi atteggiamenti che non erano consoni ai vostri desideri ed ai vostri reali bisogni di allora, magari obbligandovi a seguire un insegnamento scolasticamente corretto ma lontano dalle vostre effettive necessità. Mi rassicura la vostra cordialità il vostro cordiale saluto, la vostra stima. Mi piace ancora il vostro darmi del "tu", che ci ha aiutato a facilitare il nostro vicendevole dialogare, e che me lo spiegaste con la famosa frase: «Ti diamo del "tu" perchè ti té sè dei nòs».
Se a qualcuno o a qualcuna di Voi è rimasta nella mente e nel cuore qualche "ombra" circa i miei comportamenti - o per le mie "osàde" - vi chiedo davvero scusa e perdonatemi perché, pur con tutte le mie "arie", non ero del tutto pronto e ben preparato a fare il vero maestro e, specialmente, non ero del tutto pronto e capace a comprendere ed a capire che voi sareste diventati quelli e quelle che siete oggi e non a restare soltanto e sempre quelli che, bravi bravi, sedevate davanti a me con le "mani conserte".
Il vostro vecchio maestro Mario Antolini




