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Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini

Bene Comune: «Bonum publicum debet præferri privato»

Acqua-bene-comune1

La notizia del giorno. Domenica 11 marzo 2012. Oggi i due più diffusi quotidiani provinciali riportano alla ribalta il "bene comune". La prima proposta viene da "l'Adige" attraverso un intervento di mons. Giancarlo Brigantini dal titolo: "Bene comune: guida di tutto l'agire" in cui il prelato specifica: «È il tempo di dire "no" all'immobilismo, di rafforzare la consapevolezza di quanto è importante promuovere non più interessi di parte, ma il bene comune nel tessuto sociale, umano e politico-istituzionale. Il bene comune non è un'ideologia: è il criterio guida di tutto l'agire. La democrazia attuata è il luogo dove svolgere un'alta forma di servizi o e di tutela verso ogni valore necessario al bene della persona e della società, del cittadino e del Paese».

Gli fa quasi eco sul "Trentino" don Vittorio Cristelli con "L'economia e noi (...). La crisi riporta il concetto di bene comune" che conclude l'articolo con questa asserzione: «È basilare la formazione delle persone-cittadini. Tutto dipende dalla scala dei valori che si vuole adottare, e il criterio del bene comune mette al vertice della scala la persona umana, che trascende ogni altro valore». Piace annotare che l'articolo è arricchito da una illustrazione con la scritta "ACQUA bene comune".

E vi è ancora l'aggiunga, sempre sul "Trentino" di una notizia sulle pagine di Economia-Trento che annuncia che è stato "siglato un accordo con gli assessori Panizza e Dalmaso" per "un patto tra Scuole e Federazione per educare al bene comune". Nel testo si legge: «Il progetto mira ad avvicinare i giovani ai (...) concetti di bene comune (...)».

Il caso vuole che le tre notizie mi hanno colto nel momento in cui, per motivi di studio, mi sento impegnato ad indagare sugli Statuti medioevali giudicariesi (da quello di Daone del 1307 a quello di Breguzzo del 1795) nei quali il bene comune era di casa, ossia era il cardine dell'impostazione delle "Regole", tanto che sulla sovracopertina del volume degli "Statuti di Tione 1759-1757" (stampato ancora nel 1974) è riportata anastaticamente ed ingrandita la frase chiave dello statuto "Bonum publicum debet præferri privato" (Il Bene pubblico deve essere preferito al privato) appositamente voluta dalla SPES (Sivia, Paolo, Ezio Scalfi) per richiamare soprattutto l'attenzione degli amministratori pubblici e di una opinione pubblica che dava segni palesi di menefreghismo e di evidente vandalismo, nonché di chiara indifferenza e noncuranza.

Quindi sono secoli e secoli che in infinite generazioni di Trentini è stato inculcato il concetto fondamentale di "bene goduto in comune" ed oggi ogni Trentino se ne deve fare una bandiera perchè è stato dimenticato, perchè non è più stato alla base dei fondamenti della nuove leggi istituzionali e degli statuti comunali. Pare che nessuno si sia preso la briga - se non il già dimenticato prof. Fabio Giacomoni e pochi altri studiosi - di impostare la nostra decantata autonomia moderna sullo studio e sull'analisi di quello che per secoli era stato per tutti (sia per gli amministratori che per gli amministrati) il perno attorno al quale si è avviluppata la conoscenza, la difesa, la conservazione e la valorizzazione di quel "bene comune" che davvero era sentito tale e difeso sopratutto attraverso l'osservanza meticolosa e giornaliera di un possesso di cui non si doveva mai né approfittare né tanto meno abusare.

Si ripeschino le migliaia di pagine meticolosamente preparate e raccolte dal Giacomoni e dai tanti altri autori che hanno speso la vita sulla ricerca, la tradizione e lo studio delle "Regole medioevali trentine". Si parli di "Bene comune" ma prima di tutto si vada ad analizzare in che cosa esso sia stato costituito in tutte le Vallate Trentine - (quanta responsabilità persa dalle Comunità di Valle) - e poi se ne deducano le debite conseguenze nella legislazione del Duemila, ma con qualcosa di concreto, non con le solite chiacchiere d giornata.

Mario Antolini Musón