Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini
Commemorare la guerra. Si esaltano ancora i fautori delle guerre e ci si dimentica delle vittime, dei soldati dei quali ci si è serviti per commettere infinite ed inutili carneficine e dei drammi che la guerra ha creato in milioni di famiglie
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- Categoria: Quell'illuso del Musón
- Pubblicato Venerdì, 25 Aprile 2014 20:38
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Commemorare la guerra. Si esaltano ancora i fautori delle guerre, politici, generali, ufficiali, e ci si dimentica delle vittime, dei soldati dei quali ci si è serviti per commettere infinite ed inutili carneficine. Un invito a non esaltare mai il passato, ma a una riflessione dolorosa e critica.
Hanno preso la corsa gli eventi per commemorare il primo centenario della prima guerra mondiale e, ancora una volta, ci si è dati da fare per "esaltare" le operazioni di guerra, non tenendo conto che un'autorevole commentatore, proprio in questi mesi ha scritto a chiare lettere: «Non esaltare mai il passato».
Ed invece si sente intorno una gran voglia di trasformare una "riflessione dolorosa e critica" su ciò che sia stata la "guerra" in un desiderio di richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica su ciò che di "grandioso" è accaduto ed è stato lasciato. Solo da Roncone una iniziativa ad hoc è stata proposta con l'opera scritta da Quinto Antonelli: «I dimenticati della Grande Guerra».
Mi permetto pensare che non basta spendere milioni e milioni per restaurare i forti, le trincee ed i camminamenti mentre ancora vedove di guerra e madri dei Caduti fruiscono di pensioni da fame, come anche i militari tornati dal fronte e soprattutto i mutilati che non sono mai stati "risarciti" delle sofferenze patite e che ancora si protraggono; così come ciò che è stato distrutto dai bombardamenti aerei rimane incompiuto e non riappagato adeguatamente. Si esaltano ancora i "fautori" delle guerre - politici, generali, ufficiali e compagnia - e non le "vittime" ed i "soldati protagonisti" dei quali ci si è serviti per commettere infinite ed inutili carneficine.
A mio modesto modo di considerare l'argomento, mi sembrerebbe giusto ed opportuno prendere in considerazione la guerra dal punto di vista dei milioni di famiglie - italiane e nel mondo - in cui è venuto a mancare chi è morto in guerra (o sotto i bombardamenti) e nelle quali si è sentita la mancanza per lunghi decenni, e magari ancora oggi se ne sente l'assenza...: restano indelebili i ricordi ed i "vuoti incolmabili" di figli, di mariti, di padri, di fratelli, di congiunti morti nel pieno della giovinezza o mai tornati perché dichiarati "dispersi". È più che opportuno e necessario riflettere anche sulle famiglie che - da innocenti ed inermi bersagli - hanno dovuto subire su di sé e sulle loro proprietà l'effetto dei bombardamenti inumani e fatti carnefici perpetrati a danno delle popolazioni civili.
Bisogna pure pensare a chi abbia subito, direttamente od indirettamente, dei danni conseguenti allo stato di guerra, come i feriti ed i mutilati e i "trasformati psicologicamente" in se stessi e nei loro comportamenti verso se stessi, verso i propri famigliari, verso la società. Vi è poi il problema delle misere pensioni di guerra! Argomento mai preso in seria considerazione; il conclamato "amor di patria" non è mai servito a "riparare" alle ingiustizie di situazioni volute dallo "Stato" ma dallo stesso mai prese in seria considerazione.
Risarcimento danni materiali e morali? Chi ne parla mai? Invece restano vive le conseguenze negative nelle popolazioni che le hanno subite... e nei contesti sociali rispettivi... con trattati di pace che restano la "base" ed il "nido" di altri conflitti per l'imbecillità e l'incompetenza dei plenipotenziari ai trattati di pace che stabiliscono dei confini geografici fra Stato e Stato indipendentemente da reali considerazioni delle singole popolazioni regionali. I disagi conseguenti ai trattati di pace con confini prefabbricati che hanno messo a disagio intere regioni continuano a seminari disagi e sofferenze mai sopite. In questo momento Ucraina e Russia stanno drammaticamente "insegnando".
I profughi di guerra: una serie di migrazioni di intere popolazioni che non si fermano più, con popolazioni che non riescono ad integrasi in situazioni del tutto diverse dai luoghi di provenienza. Anche sui nostri territori rimangono aperte le piaghe dei profughi "Giuliani", ossia coloro che negli anni Cinquanta hanno dovuto lasciare la propria casa nella Venezia Giulia e trovare rifugio ed accoglienza nel Trentino. E, purtroppo, non sempre si è trattato di un'accoglienza adeguata all'immensa sofferenza subita e portata con sé e, magari, ancor oggi sanguinante.
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E tutto questo mondo di "soldati obbligati al massacro" e di "umanità piagata dalla sofferenza" messo a confronto non con i forti rimessi a nuovo, non coi monumenti bugiardi ed incompleti, non con le cerimonie festose, ma paragonato:
alle varie nazioni/stato vincenti o perdenti - e rispettivi capi: re, presidenti ecc. - che ne hanno approfittato;
ai guerrafondai (anche di chi ha perso la guerra) che hanno fatto i loro interessi, politici e finanziari;
a chi ne ha approfittato per i propri interessi di qualsiasi tipo... perfino guadagnando sul vettovagliamento;
agli approfittatori della "borsa nera";
a chi ancora oggi ne approfitta godendosi i benefici ricavati.
E si voglia ancora considerare che
si studiano le strategie di guerra, gli armamenti, le flotte, gli aerei, le battaglie, le vittorie e le sconfitte, gli spostamenti, i forti, le trincee, le strutture, ma...
... mai la psicologia e l'atteggiamento dell'uomo/soldato di leva: chi era e chi è? Cosa pensava e cosa pensa? È morto inneggiando a qualcuno o a qualcosa o sacramentando, bestemmiando o maledicendo la patria e chi lo ha obbligato a trovarsi in quella situazione? Quali sentimenti inespressi sono passati e passano nell'animo di chi ha dovuto sorbirsi anni ed anni passati anni in trincea o di chi ha dovuto subire la "leva obbligatoria" o la "chiamata alle armi" senza gli fosse chiesto il proprio consenso?
Cosa è passato per la mente di chi è stato in trincea o sui ghiacciai per anni ed anni solo aspettando il momento o di dover obbligatoriamente uccidere o di subire "eroicamente" di essere ucciso?
Come sono vissuti uomini e donne, bambini e bambine sotto l' assillante incubo dei bombardamenti, specie quelli aerei? Come sono trascorse le ore nei rifugi antiaerei e che cosa è rimasto per sempre in loro oltre aver magari subito anche la distruzione delle loro case?
Quali sono le ripercussioni psicologiche rimaste sia nei reduci dal fronte che ai sopravissuti nelle città bombardate?
Vengono stampati i diari di guerra "favorevoli" (anche se amari) allo stato di guerra ma...
... i considerati disertori e traditori della patria - e quindi disonorati loro e le loro famiglie - perché non volevano sparare contro il "nemico"... non erano forse gli antisignani degli "obbiettori di coscienza" costretti, qualche decennio, fa ad essere condannati, carcerati e derisi e ed oggi invece ineggiati come vincitori dell'abolizione del servizio militare obbligatorio a favore delle nuove generazioni che forse non si rendono conto che a diciott'anni invece di ricevere la ""cartolina rosa di leva" (che neppure sanno che cos'era!) se ne possono andare, a vent'anni, in discoteca invece che al fronte?
Vi sono davvero uomini che "amano fare la guerra" o uomini contenti di essere chiamati ad andare in guerra, come i "venduti" alle Compagnie di ventura, i fuggiaschi nella Legione straniera, gli Arditi, i Volontari in Spagna, i Kamikaze, i ragazzi-bomba? Dentro di loro vi sono realmente desideri di annientamento od agiscono solo per necessità di guadagno o di appagamento psicologico di un loro specifico stato d'animo?
Comunque - quando si parla di guerra - si tratta sempre e solo di "assassinio" giuridicamente legalizzato, ma moralmente condannabile da un giudizio superiore: quello stesso giudizio che all'inizio dei tempi ha condannato Caino e tutti i suoi simili: «La voce del sangue di tuo fratello grida dalla terra fino a me! Sii tu, dunque, maledetto e cacciato dalla terra, che ha aperto la bocca per ricevere dalla tua mano il sangue di tuo fratello». E proprio Caino continua a muovere i letterati a scrivere di lui, mentre - a quanto sembra - di Abele non si interessa mai nessuno.
Ma, purtroppo, tanti giovani hanno dovuto obbligatoriamente diventare "Caino" per ordine dello Stato/Nazione, ossia - si diceva, e forse ancora qualcuno lo dice o lo pensa - per "amor di patria". Ma era giusto?
Quell'illuso del Musón




