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Quell'illuso del Musón, il blog di Mario Antolini

Cori parrocchiali in Giudicarie: ci stiamo privando di un'immensa ricchezza

cori parrocchiali in giudicarie

Dal "Trentino" la notizia che a Storo l'incomprensione tra "coro parrocchiale" e conduzione ecclesiale ha "estromesso" il complesso corale dalla partecipazione alle funzioni liturgiche. Una notizia che mi rattrista al pensiero del glorioso passato dei cori parrocchiali in Giudicarie, nati dalla seconda metà del secolo decimonono in poi ed assurti a fama davvero notevole non solo in ambito diocesano ma anche oltre.  Nelle mie continue scorrerie fra le vecchie carte, trovo quanto mai interessanti le pagine (e le foto poi!) che raccontano i sacrifici di zelanti cappellani alle prese con i giovani e gli uomini di allora, con l'istruzione e le possibilità di tempi e situazioni sociali disagiate, per farli giungere a dare fusione, tonalità ed espressione alle note musicali, così da giungere alla coralità.

Si giungeva alle mete più alte della presenza della musica nella liturgia cattolica, che aveva avuto la sua espressione maggiormente pregnante nel canto gregoriano - ogni domenica cantato da tutto il popolo con l'indimenticata "Missa de Angelis" - e che poi i più grandi musicisti avevano esaltato fino alle composizioni di Palestrina, Mozart, Bach e tanti altri famosi autori che hanno portato la musica liturgica a cime eccelse; successivamente, però, la preparazione e l'arte di mons. Lorenzo Perosi (Tortona 1872 - Roma 1956) la musica liturgica corale a più voci era giunta a rendersi appetibile e fattibile anche dai comuni "cori parrocchiali" sorti sotto la guida di sacerdoti e maestri di musica capaci e debitamente preparati.

Durante gli ultimi secoli quasi tutti gli edifici sacri, dalle cattedrali alle curazie più dimenticate, si erano via via arricchiti di organi e così anche nelle nostre dimenticate parrocchie di montagna per vari decenni la gente poté presenziare e gustare funzioni liturgiche in cui la musica assunse in maniera eccelsa quella funzione di sentita religiosità e di raccolta meditata emozione spirituale, che era stata intuita e motivata nel momento stesso in cui si era voluta proprio la musica come parte essenziale, e direi quasi sostanziale, dei riti religiosi. Per chi ha la fortuna di ricordare quei decenni, ora piuttosto lontani, può confermare che furono davvero anni eccezionali per le esibizioni corali ad ogni tipo di funzione religiosa: sante messe cantate, funerali, sagre, congressi eucaristici, manifestazioni decanali e diocesane.

Poi l'avvento delle prospettate riforme dettate dal Concilio Vaticano II attraverso lo zelo, comprensibile e forse dovuto ma non sempre troppo saggio ed accorto, da parte di sacerdoti che con troppa fretta e molta superficialità hanno voluto tagliare di netto coi vecchi cori, rifiutando e impedendo persino il suono dell'organo, a introducendo voci nuove accompagnate dalle chitarre, dando in mano la musica liturgica a persone troppo giovani per capire che cosa si stavano lasciando alle spalle e senza la preparazione necessaria nel campo della lunga storia della liturgia del rito latino (per non parlare della conoscenza e dell'importanza della musica anche negli altri riti sia cattolici che ortodossi).

Ovviamente tutto ciò era un atto dovuto e certamente anche ritenuto necessario; ma lo sbaglio è stato nel voler violentemente dare uno strappo troppo drastico tra un passato da dover essere lasciato ancora vivo e un futuro tutto da dover costruire ex novo (quindi prima studiato e poi ben preparato). Vi doveva essere studio, attenzione, dialogo, comprensione, delicatezza, accortezza, saggezza, umiltà; ma, ancora una volta, i principi autoritari di qualcuno che si sentiva "padrone del vapore" fece di testa propria e scomparvero i cori, tacquero gli organi sostituiti dalle chitarre e dagli strumenti propri delle ultime generazioni: tutte iniziative anche liturgicamente corrette, ma per chi aveva già superato la giovinezza la chiesa ebbe un altro sapore e le funzioni liturgiche ebbero forma e sostanza diversa. Duole il doverlo ribadire a distanza di anni: ma in effetti è stato distrutto un prezioso capitale culturale, sociale, religioso e musicale di alta valenza storica ed umana.

Noi anziani e vecchi - se per caso avessimo ancora diritto a qualcosa in questa società "ringiovanita"! - siamo stati privati di una immensa ricchezza; si è trattato di un passaggio doloroso ed ancora oggi ci permettiamo di sognare le Messe in latino, i canti gregoriani e la presenza, sotto le volte delle chiese, di qualche corale che ci doni l'emozione della fusione di musiche a 3, 4, 6 voci nell'armonia di suggestionanti visioni di cieli senza confini.

Se fossi sicuro di poterla sentire nel chiuso della bara, mi augurerei ai miei funerali il canto della "Messa da Morto" col "Miserere mei"... che fin da bambino ha segnato i miei primi anni da chierichetto con le ginocchia nude sul freddo marmo degli scalini dell'altare, in una chiesa senza riscaldamento, alle sei del mattino.

Musica liturgica degli anni miei più belli... con la presenza in parrocchia di don Celestino Eccher (1892-1970) diventato famosissimo in fatto di musica liturgica; musica liturgia esaltata dai cori esemplari dei collegi salesiani...; musica liturgica vissuta accanto e con mons. Vincenzo Cimatti (1879-1965) grande musicista e missionario in Giappone ed ora già vicino alla beatificazione; musica ancora inseguita alla Messa della domenica in diretta alla televisione sempre impostata sulla determinante presenza di un vero e ben preparato "coro". Ed è per questo che mi auguro che anche nelle nostre vallate giudicariesi torni qualche accorto sacerdote a ridonare alle nostre popolazioni, anche di giovani, il piacere di una musica liturgica degna di quella secolare che tanta parte ha avuto nel formare e nel mantenere tanta parte delle nostra cultura locale. Forse, senza di essa, i "cori della montagna" di oggi - così numerosi anche in Giudicarie - non esisterebbero con tanta vitalità e con una così eccellente capacità espressiva.

Mario Musón