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Notizie dal Trentino

Omaggio a Giuseppe Rabensteiner. 150 anni fa, il 25 dicembre 1864 moriva ad appena 35 anni colui che permise giungessero a noi moltissimi documenti importanti

campiglio-monasteroSe oggi noi giudicariesi possiamo conoscere tante vicende del nostro passato, nonostante parecchi archivi, pergamene e atti originali siano andati perduti per calamità naturali e incendi, oltre che per incuria, lo dobbiamo a Giuseppe Rabensteiner che lesse, trascrisse in in una scrittura ordinata e precisa tantissimi documenti delle nostre comunità e provvide alla loro conservazione. Se il suo nome è noto a quanti si occupano di storia nelle nostre valli, ai più è sconosciuto. I suoi meriti però sono tanti e non sarebbe male ricordarne la figura. Proprio in questi giorni, il 25 dicembre, giorno di Natale, cade il 150°'anniversario della sua scomparsa.
Ci piace richiamarne la memoria con le parole di Silvestro Valenti, altro grande storico che si occupò del nostro passato: "Debito d'ammirazione congiunto a quello di riconoscenza m'impone l'obbligo di ricordare ai Giudicariesi il nome e l'attività di Giuseppe Rabensteiner, il quale, avvinto dal glorioso passato nostro, seppe inculcare ai rettori dei nostri comuni il rispetto delle vecchie carte e la loro conservazione.

Nato a Trènto nel 1829 da un impiegato di questa Congregazione di Carità, il quale si era accompagnato a certa Vanzo di Cavalése, frequentò con ottimo profitto questo Liceo, che per la funesta morte dei genitori dovette abbandonare, allogandosi presso i parenti materni in Caval[se, dove verso un tenue diurno trovò un piccolo impiego presso quel Capitanato distrettuale e di lì passò nell'anno 1855 alle dipendenze della Pretura forense di Tióne quale cancelliere giudiziario. Qui condusse in sposa Filomena Zeni da Móri, che gli fu fedele compagna fino al giorno fatale dell'improvvisa e precoce sua morte (25 dicembre 1864). L'ordinamento dell'archivio notarile di Tióne e degli archivi comunali di Roncóne, Carisòlo, Giustìno, Massimèno, Caderzóne, Darè e d'altri rimarrà il monumento indistruttibile dell'attività proficua di questo povero dimenticato e negletto a torto, cui le Giudicarie serberanno memoria di grata riconoscenza."

Non si limitò però a riscrivere documenti. Recuperò anche aspetti della tradizione orale che ci tramandò con spirito critico e di denuncia, da storico avveduto. Fra le sue carte molto significative le note a commento della donazione fatta all'Ospizio di Madonna di Campiglio nel 1455 dagli uomini della comunità di Fisto "per la remissione dei peccati di tutti gli uomini della detta Comunità".
"Il Monastero di Campiglio – spiegava – ebbe la maggior parte dei vistosi possessi , che lo circondano, a titolo di donazione da Comuni o da privati, come molti documenti che datano dai secoli XIII, XIV e XV comprovano.
Tanti erano gli acquisti che esso in uno o nell'altro modo, faceva sotto il Priore Gaspare, nominato pure in questo documento, che gli uomini di Pinzòlo che confinavano col Monastero ebbero a dubitare che coll'andar del tempo la massima parte dei beni situati nel circondario della loro Comunità diventasse proprietà del Monastero suddetto, onde con documento 11 maggio 1466 dopo varie contese vennero col priore Gaspare e i suoi frati a un patto, in forza di cui il Monastero era obbligato a vendere alla Comunità di Pinzòlo a sua richiesta tutti i beni acquistati o da acquistarsi nel di essa territorio per donazione o legato, restandogli vietato il far compere o permute di tali beni in avvenire.
Sul modo più o meno legale con cui il Monastero perveniva ai legati e donazioni molte tradizioni restano fra il popolo.

Gli abitanti del paese di Fisto raccontano come verità, che avanti circa 400 anni i frati del Monastero di Campiglio fecero capire ai Consoli della Comunità di Fisto e Chés come la stessa e rispettivamente i suoi uomini fossero aggravati da colpa pel martirio del Santo Vescovo Vigilio avvenuto per opera degli uomini di Rendéna in Mortàso, paese vicino a Fisto, nella quale mala opera sarebbero pure stati complicati gli uomini di Fisto.
Messo così lo scrupolo nelle coscienze della popolazione, i frati avrebbero proposto che la Comunità donasse per la remissione delle antiche colpe al Monastero un prato adiacente allo stesso, che ancora adesso viene indicato, e che è uno dei migliori possessi del Monastero.
Gli uomini di Fisto effettuarono la donazione e liberarono le loro coscienze.

Questa tradizione popolare per me ottenne un gran peso di verità quando nell'archivio del Comune di Fisto trovai il relativo documento. Era stato rogato nell'anno del Signore 1455, indizione III, domenica 15 giugno dal notaio Pietro figlio del defunto Paolo di Pelugo alla presenza del magnifico conte Giorgio Lodrón, Capitano e Vicario generale al di qua del Duróne per il Vescovo Giorgio, di Nicolino figlio di Pietro Lodrón residente a Bocenàgo, di Jacopo cappellano in Rendéna, dei testimoni Jacobo fu Lorenzo e Ognibene fu Antonio Cereghini di Pinzòlo e dei sindaci di Fisto Alberto e Giovanni...: donazione di una pecia terrae in remissionem peccatorum suorum et omnium hominum et personarum Universitatis Comunitatis Fisti et Chesij..." .