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"Ripensare l'ambiente e ritrovare il paesaggio". In una sala della comunità gremita iniziato il convegno-laboratorio sui "paesaggi rifiutati"

Convegno paesaggi rifiutati

In una sala affollatissima si è aperta oggi presso la Casa della Comunità la settimana dedicata ai "paesaggi rifiutati", un'occasione per "ripensare l'ambiente e ritrovare il paesaggio", per discutere delle peculiarità della progettazione in area alpina. Al centro del laboratorio-convegno alcuni temi chiavelegati al paesaggio quali "la trasformazione, il recupero, la riqualificazione, l'integrazione in una visione unitaria di qualità, ma anche la ricerca e la sperimentazione progettuale. Temi affrontati da Patrizia Ballardini, Presidente della Comunità delle Giudicarie, nell'apertura dei lavori, da Mauro Gilmozzi, Assessore all'Urbanistica, enti locali e personale Provincia Autonoma di Trento, e dai tecnici Maurizio Polla, Dirigente Servizio Tecnico Comunità delle Giudicarie, Pino Scaglione, dell'Università degli Studi di Trento, Andrea Menegotto dello studio PROAP di Lisbona, Frank Ludin, LAAC Architects di Innsbruck, e Alberto Ulisse, professore universitario tra i massimi esperti di "paesaggio dell'energia".
«Oggi e nei prossimi giorni parleremo di sperimentazione nel recupero ambientale, per costruire un percorso che guarda al futuro iniziando dalle radici e dai valori identitari- ha introdotto la Presidente della Comunità delle Giudicarie Patrizia Ballardini-; sperimentazione che ha l'ambizione di proiettare le Giudicarie e più in generale il Trentino in uno scenario internazionale di ricerca ed innovazione, perché credo che davvero il contributo di tanti, professionisti e studiosi, che hanno avuto l'opportunità di confrontarsi con un tema così delicato e sensibile anche in ambito internazionale, possa essere importante per trovare i percorsi innovativi che contesti ormai intaccati richiedono. Oggi parte quindi la riflessione ed il laboratorio, che rappresenta un tassello del percorso di collaborazione avviato dalla Comunità delle Giudicarie con l'Università di Trento, facoltà di Ingegneria e con il Laboratorio TALL (Trentino Alto Adige Advanced Landscape Lab), partito dall'incontro con il prof. Scaglione, nell'ambito del quale la nostra Comunità è stata disponibile a mettersi in gioco ed è stata assunta come Laboratorio permanente di osservazione sui cambiamenti e le potenzialità di un paesaggio alpino». Dopo quasi due anni di studi, nel Corso di Urbanistica e Paesaggio di Università di Trento, che ha visto l'elaborazione di alcune proposte progettuali legate allo sviluppo del territorio con la freschezza di pensiero degli studenti di ingegneria e architettura (dalla filiera dell'acqua a quella del legno) e quindi l'esperienza di ricerca e progetto sulla discarica di Zuclo (sintetizzata nel volume distribuito ai presenti scaricabile dal sito della comunità www.comunitadellegiudicarie.it), prosegue quindi il lavoro, con un gruppo di giovani progettisti e docenti, provenienti da tutta Italia che partecipano al Laboratorio, con «l'obiettivo-come sottolineato dalla presidente Balalrdini- di offrire spunti significativi utilizzabili come contributo scientifico/progettuale, per la stesura del prossimo Piano di Comunità e per la costruzione di una agenda di priorità per lo sviluppo sostenibile dei nostri territori e la valorizzazione del nostro straordinario paesaggio».

Molti gli amministratori in sala, affollatissima per la presenza di architetti, ingegneri e di molti giovani, a dimostrazione del grande interesse suscitato dall'argomento trattato che hanno potuto apprezzare l'intervento dell'assessore della Provincia autonoma di Trento Mauro Gilmozzi: «Il paesaggio nel piano urbanistico provinciale ha un significato particolare: il paesaggio non è una cartolina che fotografa una situazione naturale, è il frutto della relazione tra uomo e ambiente tenuto conto che da questa relazione nascono scelte, scaturiscono azioni, si sviluppano attività che determinano un contesto che permette all'uomo di vivere. Dobbiamo quindi pensare al paesaggio che verrà, al paesaggio futuro, non solo come elemento fisico ma anche come un'idea che sottointende una prospettiva. Come vogliamo siano i paesaggi delle valli alpine? Se vogliamo che continuino ad essere abitate e vive, dobbiamo favorire questo scenario incrementando la forte e decisa partecipazione di ciò che nasce nei vari contesti locali, favorire un piano che individui gli elementi su cui fondare lo sviluppo sostenibile del territorio coinvolgendo amministratori e popolazione in un percorso che deve far emergere ciò che serve per la crescita della comunità». Quindi «partire da un'analisi del territorio per arrivare ad un ragionamento su come migliorarlo credo sia non solo un esercizio politico di fontamentale importanza, ma anche un modo concreto di delineare il proprio futuro. Il paesaggio che verrà dipende dalle scelte che facciamo oggi, dalla cultura che non può più essere quella che contrappone la tutela allo sviluppo ma quella che riesce a definire delle modalità di sviluppoo che non solo si integrino ma che facciano della bellezza, dell'armonia con il nostro ambiente dei valori di attrattività e di promozione del nostro sviluppo».

Sulla "qualità del paesaggio" e sulle peculiarità del paeesaggio giudicariese l'intervento di Maurizio Polla, del Servizio Tecnico Comunità delle Giudicarie. «È necessario intervenire facendo opere di qualità. In questi anni abbiamo insistito troppo nella regolamentazione. Abbiamo cercato di regolamentare tutto, facendo perdere ai progettisti il senso della progettazione costringendo gli addetti ai lavori a soddisfare più le norme che la qualità della progettazione. Ciò è frutto anche di un sistema che ha visto i committenti preferire l'affidamento degli incarichi di progettazione al professionista fidato piuttosto che stimolare la progettazione con concorsi di idee. «Oggi partiamo da un luogo "rifiutato" per eccellenza, qual è la discarica, un luogo che "nell'immaginario collettivo rappresenta la polvere da infilare sotto il tappeto", con l'obiettivo di riciclarlo, per passare da "montagna di rifiuti" a "sistema che dialoga con il paesaggio"». Ma l'intenzione è quella di «partire dalla discarica per poi allargare la lente a tutte le Giudicarie, con un focus specifico su aree con un potenziale paesaggistico oggi limitato da interventi pesanti del passato». Così la lente si poserà sulle dighe e le centrali idroelettriche del Chiese, sulle grandi strutture per la zootecnia delle Esteriori, sulle mega-strutture ricettive dell'alta Rendena, nate nella fase del boom edilizio ma che oggi potrebbero rappresentare un elemento di degrado. Nondimeno l'occhio si poserà sui percorsi fluviali che costellano il territorio, quello del Sarca e quello del Chiese che meritano un piano di valorizzazione.

«Siamo partiti dal tema dei "paesaggi rifiutati"- ha puntualizzato il professor Scaglione- che non sono solo i paesaggi dei rifiuti, come quello della discarica, ma sono tutti quegli spazi che sono diventati marginali, che rischiano di essere dimenticati. Tanto più in un momento di crisi non possiamo permetterci di dimenticare degli spazi. Il paesaggio è la lente attraverso cui possiamo guardare, per capire un territorio, è la misura del valore di un luogo». Così le Giudicarie diventano «un gioiello che risente degli attacchi subiti negli ultimi 50 anni», l'ingresso a Madonna di Campiglio «un'opera che grida vendetta (doveva essere una porta, e invece è diventata una barriera)»; i patrimoni edilizi abbandonati diventano «spazi che vanno ripensati e recuperati in una visione globale «di ridefinire il rapporto tra infrastrutture e territorio»; i fiumi «una risorsa turistica, il cordone ombelicale che ci lega alla cima della montagna, luogo incontaminato»; la sostenibilità «non solo un fatto tecnico ed energetico, ma anche paesaggistico...». Quindi i Piani di Comunità sono «l'ultima occasione per "cambiare pelle"... per uscire da una crisi dell'urbanistica, che guarda ai numeri e non ai valori». Determinante quindi «pensare a progetti che possano cambiar questi luoghi , darne una fisionomia diversa, innescando occasioni di sviluppo e di volano per l'economia».

All'intervento del professor Scaglione è seguito quello di Andrea Menegotto, architetto di fama internazionale impegnato in un grade studio di Lisbona, che ha incentrato la propria attenzione sulla decodifica del paesaggio e sui segnali che il paesaggio sempre offre, per poi passare ad esempi di come paesaggi rifiutati siano stati riconsegnati alla comunità. Dal caso estremo del campo minato al Parco che ha accompagnato l'Expo del 98 di Lisbona, sorto su un deposito militare e su una discarica; dal progetto del recupero di una cava di amianto dismessa al Parco della rimembranza in Belgio o al porto di Anversa.
Sulla possibilità di aggiungere alla funzionalità del progetto una valorizzazione delle strutture inserendole nel contesto e nel paesaggio l'intervento dell'architetto Frank Ludin, della LAAC Architects di Innsbruck che ha chiarito attraverso gli esempi della progettazione della centrale di cogenerazione di Bressanone e di un sottopassaggio della A22 la teoria proposta; infine sulla necessità di conoscere, di fare esperienze diverse, di confrontarsi in concorsi di idee, di saper attingere e "copiare" modelli virtuosi, trasformandoli nelle realtà specifiche, di saper ereditare quello che ci viene lasciato dalla storia e di ridefinire degli scenari a partire dalle possibilità energetiche l'intervento del professor Alberto Ulisse.

In chiusura è seguito un dibattito con il pubblico nel quale Guido Moretti ha espresso soddisfazione «per un'iniziativa molto interessante per molti aspetti, per i soggetti coinvolti, per il tema affrontato, per le articolazioni sul tema, per le relazioni stimolanti e per un percorso che valorizza i tratti identitari» e Annibale Salsa ha indicato l'opportunità di affiancare al concetto di "Paesaggio rifiutato", quello di "paesaggio rimosso". «Il paesaggio rimosso è quello tradizionale, forse perché associato alla povertà delle nostre terre. Il paesaggio rimosso ha pesato molto nelle alpi latine, molto meno nelle alpi di lingua tedesca dove c'è stata valorizzazione e riattualizzazione del passato. Noi invece siamo stati schiacciati da un passatismo e abbiamo perso la tradizione. Una riflessione sul paesaggio della rimozione è quindi fondamentale per recuperare i non luoghi e la nostra identità».