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L'eterno "Conflitto tra paesaggio, territorio e ambiente"
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- Categoria: L'approfondimento della settimana
- Pubblicato Venerdì, 04 Novembre 2011 15:02
- Scritto da Mario Antolini Musón
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Gli articoli di primaria importanza dell'ultima settimana di ottobre - a mio avviso - sono stati quelli che hanno riportato gli interventi del prof. Salvatore Settis a Trento, che è intervenuto alle Fondazioni Degasperi e Kessler con relazioni scientifiche e profondamente culturali, sull'eterno "conflitto tra paesaggio, territorio e ambiente": tre elementi chiave dell'umanità e sottoposti rispettivamente alle tutele dello Stato, della Regione, della Provincia, dei Comuni ed a competenza mista.
Purtroppo i tre quotidiani provinciali sono stati piuttosto avari a dare ampie informazioni su un argomento di così attuale importanza e che ci tocca anche da vicino, poiché dovrebbe sollecitare l'attenzione degli pubblici Amministratori a tutti i livelli (nonché di tutti i cittadini), a riportare in luce - attuandoli - i principi ed i dettati essenziali dei nostri Statuti medioevali trentini, in cui proprio il "territorio" viene tenuto nella massima considerazione, quale elemento strutturale inalienabile ed insostituibile sul quale poggia la nostra stessa possibilità esistenziale.
Senza territori con i sui terreni coltivabili, con i suoi boschi, con i suoi pascoli ad alta quota, senza le cà' da mónt, senza l'acqua disponibile accanto ad ogni insediamento umano (sia a monte che sul fondovalle) noi Giudicariesi non avremmo potuto vivere la nostra storia lungo le sponde della Sarca e del Chiese. Un territorio che ancora stiamo "godendo in comune" per oltre l'ottanta per cento della superficie, ma del quale si ha la sensazione che le singole popolazioni residenziali ben poco se ne curano, con boschi e selve lasciati in abbandono, con sentieri non saggiamente curati (anche la Sat se ne è lamentata, ponendo il problema al centro del suo ultimo Congresso provinciale), con acque un po' abbandonate a se stesse e non più seguite giorno per giorno da tutti, indistintamente, con quella attenzione che ci veniva inculcata fin da bambini.
Fra le affermazioni del prof. Settis riportate dalla stampa la più incisiva è stata la seguente: «È necessario tornare all'idea che il "bene comune" ha un interesse superiore ad ogni altro interesse»; ed avrebbe aggiunto: «Basta con l'edilizia: soldi alla cultura». Quanto mai significativo anche quanto riporta "Il Corriere del Trentino" (29/10/11): «Culmine del processo secolare di salvaguardia del proprio patrimonio per l'Italia è l'articolo 9 della Costituzione, che testimonia la continuità delle idee forti che si tramandano di generazione in generazione, che ha posto la "tutela del patrimonio paesaggistico" al centro dei principi dello Stato, in un'idea etica e politica del "bene comune" con una visione lungimirante».
Ma non è sufficiente "tramandare i principi", occorre tramandare "il fare, il saper fare, il dover fare", come imponevano i nostri dimenticati Statuti, i quali obbligavano ogni cittadino non solo ad una giornata di lavoro al mese per il mantenimento del territorio della propria comunità, ma a rendersi responsabile (già a 14 anni) ad essere attento a tutto ciò che avrebbe potuto turbare l'equilibrio del territorio fino a dover segnalare ai pubblici amministratori i contravventori delle norme statutarie a danno dei "beni comuni". Su questa corresponsabilità di ciascuno
sono state conservate, coltivate, arricchite e tramandate le nostre vallate e le nostre montagne, che stiamo "svendendo a poco prezzo" sia ai nostri esosi e pretenziosi convalligiani ormai privi della "mentalità culturale dei nòssi vèci" sia a villeggianti e turisti ai quali - per pure ragioni economiche - non siano stati capaci di trasmettere la giusta "cultura" per godere del nostro "paesaggio/ambiente" con il massimo rispetto e senza turbarne l'equilibrio e le sue prerogative.
Le cronache di questi primi giorni di novembre sono intrise delle polemiche sui disastri prodotti dalle piogge in Liguria ed in Toscana, risollevando il problema della "cura preventiva e costante del territorio". Ho sentito qualche trentino che, con un certo atteggiamento di malcelata presunzione, si gloriava affermando che da noi, invece, siamo stati e siamo capaci di provvedere in tempo a questo tipo di calamità. Io non ne sono molto sicuro: vi è ancora motivo di guardarci attorno, di fare molta attenzione all'edilizia ed alla viabilità, a salvaguardare terreni coltivabili e monti con selve e boschi, nonché pascoli alpestri con l'aggiunta di un occhio di riguardo per sorgenti e corsi d'acqua. Ma, direi, vi è ancora una maggior esigenza di creare nei giovani la "cultura tradizionale dei nòssi vèci" che - attraverso la diretta conoscenza in loco - ti porta a sentirti partecipe e responsabile del "possesso comune" che devi "sentirlo tuo", con la conseguenza naturale del doverlo rispettare, difendere, coltivare, arricchire e tramandarlo ai posteri con il suo valore impreziosito.
Mario Musón



