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Giudicariesi "vachèr"

Mi ha particolarmente colpito, in questi giorni, l'articolo di Micaela Sposito (l'Adige dell'8.10.11, pag. 14) sulle "Tracce di identità fra stalle fienili": una attenta "analisi del destino delle stalle che consente di valutare la qualità dello sviluppo nella nostra società". La mia mente è andata immediatamente ai lunghi e numerosi secoli durante i quali, oltre il 90 per cento dei Giudicariesi ha trascorso l'esistenza con il supporto determinante dell'allevamento del bestiame nelle stalle sia in paese che nelle "cà da mónt" e sui pascoli delle malghe.

Da quei secoli è scaturita la nostra mentalità, il nostro modo di vedere e considerare il mondo, lo stesso nostro modo di vivere, anche se non ce ne rendiamo conto: si è trattato dell'essenza stessa della sostanza base della nostra "civiltà contadina", ben diversa da quella dei contadini della pianura.

Io sono già vecchio e ho ricordi personali di alcuni mesi di vita con la stalla e con le mucche "sa la cà da mónt", ma mi sembra che sia anche oggi necessario per le nuove generazioni saper ripercorre quegli itinerari per capire noi stessi ed il nostro stesso modo di pensare e di agire, riuscendo così a renderci conto che in quelle tipiche abitazioni ed in quel singolare modo di vivere resistono positivamente ancora preziose tracce di vita da non perdere, ma da rivalutare a nostro vantaggio. L'articolo citato si riferiva in particolare agli elementi architettonici delle tradizionali "stalle" (svizzere, austriache, tirolesi, trentine) da rivalutare e da riproporre con occhi moderni, così come si è iniziato a fare anche in Giudicarie (benché troppo in ritardo) con la riattivazione delle "malghe" maggiormente significative del territorio, sia nelle Interiori che nelle Esteriori.

Ma, come suggerisce l'articolista citata, occorrerebbe "guardare al destino di fienili e stalle come a un indicatore della qualità dello sviluppo della nostra società, e attraverso questo invitare a riflettere sulle questioni che riguardano l'ambiente, stimolando un dibattito partecipato". Un dibattito tanto più profondo in quanto si inserisce in quella conoscenza e soprattutto in quella "coltura" (= da coltivazione) di un territorio che ancora per l'80 per cento i Giudicariesi posseggono e godono "in comune". Potrebbe essere uno dei compiti da inserire nei programmi del Parco Adamello Brenta!

La "coltura del territorio" che diventa "cultura" per ognuno di noi e per l'intera nostra convivenza comunitaria, poiché ci porterebbe a superare la superficialità propria di un presente che sta impoverendosi e soprattutto privandoci di una positiva visione del futuro. Diventano elementi di curiosità giornalistiche i giovani e le giovani che abbandonano i posti di lavoro e gli scranni degli uffici per recarsi a fare i mandriani ed i pastori, o a coltivare i terreni di montagna abbandonati; ma quei giovani di oggi sono chiari segni di una umanità che sta riconquistando il "sapore della terra": un sapore che sazia assai di più dei fastfood e che serena lo spirito assai più del chiasso delle discoteche.

Durante l'estate vari Enti pubblici ed Associazioni di Volontariato hanno saputo organizzare iniziative che hanno portato non pochi giovani di tutte le età a porsi a contatto con la montagna, con i ghiacciai, con le rocce, ma anche a conoscere la vita in malga e le persone che sanno vivere in montagna. Sembra che le attività poste in essere nelle malghe ristrutturate abbiano costituito un vasto richiamo di convalligiani e di ospiti non solo per l'acquisto di prelibati prodotti caseari, ma anche per accostarsi ad un modo di vivere, dal quale è possibile "imparare" a vivere meglio nei contesti socio-comunitari dei paesi e delle città.

"Tracce di identità fra stalle e cà' da mónt": titolo/suggerimento davvero di piena attualità, specie per coloro che nelle stalle sanno di avere le loro onorate radici!

Mario Antolini Musón