L'obiezione di coscienza e il servizio militare obbligatorio. Da San Massimiliano a Remigio Cuminotti, i disertori, veri antisignani degli obiettori di coscienza. La riflessione di Mario Antolini nel centenario della Grande Guerra

grandeguerra archivio L'essermi inoltrato fra le problematiche delle celebrazioni e delle rievocazioni legate al centenario della Prima Guerra Mondiale 1914-1918 mi ha portato anche a prendere in considerazione il servizio militare obbligatorio, proprio dei nazionalismi storici, ponendolo a confronto con l'attualità del secondo decennio del terzo Millennio che dà ai giovani italiani la possibilità di non soggiacere alla obbligatorietà della chiamata di leva e dei lunghi periodi di naja (servizio militare).


In un incontro, nell'aprile del 2014, con giovani 18enni giudicariesi, ufficialmente "festeggiati" dalle rispettive Amministrazioni comunali per aver raggiunto la maggiore età, ho percepito l'assoluta mancanza di oggettiva conoscenza sul rapporto fra le due situazioni diventate, per molti aspetti, davvero storiche: ossia mi sono reso conto che né la scuola, e neppure la società civile, sono state capaci di portare a conoscenza delle nuove generazioni il significato, il valore e l'importanza della obiezione di coscienza che è stata il motore determinante, che ha saputo portare alcuni Stati/Nazione moderni ad abolire l'obbligatorietà della coscrizione di una classe (anno di età) sia in periodi di pace e, soprattutto, in periodi di guerra.

Pur non implicando, in senso stretto, il solo rifiuto di usare le armi, moltissimi obiettori hanno motivato la propria opzione come "obiezione di coscienza" il loro rifiuto di indossare l'uniforme militare specie in caso di guerra. Il primo obiettore, di cui si conosca il nome - in conseguenza della disciplina ecclesiastica fino al III secolo che proibiva ai battezzati di farsi soldati e combattere col divieto di "militare et bellare" – è San Massimiliano che venne condannato e giustiziato nel 295 d. C.: aveva 21 anni, 3 mesi e 18 giorni. Ma con il Concilio di Arles (314) si stabilì che anche per i cristiani vigeva l'obbligo di prestare servizio militare per l'imperatore.

Tuttavia, recentemente, la Chiesa cattolica ha mutato radicalmente il suo atteggiamento verso l'obiezione di coscienza tornando a considerarla, come in origine, un dovere morale per il buon cristiano. L'obiezione di coscienza al servizio militare viene riscoperta dalle chiese della Riforma protestante e praticato da vari gruppi: Quaccheri, Ducobori, Menneniti, Avventisti del Settimo Giorno, Testimoni di Geova. Ma l'obiezione di coscienza al servizio militare non è prerogativa delle religioni, spesso tale decisione può maturare anche in ambito laico di alcune ideologie pacifiste e antimilitariste.

Forse è doveroso ricordare ai giovani di oggi che, ancora poco tempo fa, l'essere obiettori di coscienza al servizio militare obbligatorio comportava come conseguenza l'irrinunciabilità di tale status e l'impossibilità, vita natural durante, di ottenere il porto d'armi e di essere reclutato nelle forze armate italiane e nelle altre forza di polizia italiane (per esempio nella polizia municipale); inoltre poteva rendere molto difficile lavorare nel campo dell'industria della difesa. Dal punto di vista giuridico, in Italia l'obiezione di coscienza fu sempre trattata alla stessa stregua della renitenza alla leva (mancata presentazione al Distretto militare), oppure alla diserzione (rifiuto di proseguire il servizio di leva dopo averlo intrapreso). Quest'ultimo caso è diventato frequente ed emblematico sia durante il primo che il secondo conflitto mondiale.

Coloro che vennero tacciati con la macchia di "disertori" furono i veri antisignani degli "obiettori di coscienza", i quali, invece, ebbero il merito di portare il legislatore a riconoscerne il rifiuto all'obbligatorietà al servizio militare non come una concessione dello Stato, ma come un sacro "diritto della persona"; purtroppo, coloro che per primi, con la morte, reclamarono tale diritto sono passati alla storia con l'infamia di traditori per se stessi e per le rispettive famiglie. I loro nomi non sono stati scolpiti sui monumenti e, fino ad oggi (2014), non mi risulta che qualcuno ne avvia rivendicata l'onorabilità.
Il primo obiettore italiano documentato fu Remigio Cuminotti, un Testimone di Geova che, nel 1916, in piena Guerra Mondiale, finì sotto processo e fucilato. Come lui tanti altri che sono passati alla storia con un ricordo infamante per loro e per le rispettive famiglie: ma è dal loro coraggio ed abnegazione che i giovani del terzo millennio godono della libertà di non essere più costretti ad andare in guerra a uccidere o ad essere uccisi.

Nel secondo dopoguerra spiccano i casi di Rodrigo Castello, cristiano pentecostale, condannato dal tribunale militare, e di Enrico Ceroni, altro testimone di Geova, anche lui condannato. Tra il 1946 e il 1959 ci furono 179 giovani Testimoni di Geova che rifiutarono di indossare la divisa militare: finirono tutti in carcere o a Peschiera o a Gaeta. Nel 1949 la risonanza del processo a Pietro Pinna portò alla prima presentazione del progetto di legge per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza. Negli anni Sessanta seguiranno i processi ad alcuni obiettori cattolici a cui seguirono le forti posizioni di padre Ernesto Balducci e don Lorenzo Milani che scrisse il libretto "L'obbedienza non è più una virtù".

Nel 1970, per iniziativa del Partito Radicale e di altri, venne fondata la Lega degli Obiettori di Coscienza (LOC). La prima norma nell'ordinamento italiano a disciplinare l'obiezione di coscienza fu la legge 15 dicembre 1972 n. 772: tale legge permise agli obiettori di scegliere il servizio civile sostitutivo obbligatorio. Una disciplina organica della materia si ebbe solo con la legge 8 luglio 1998 n. 230 che riconobbe compiutamente, per la prima volta, il diritto all'obiezione di coscienza, configurando la stessa non più come un beneficio concesso dallo Stato, bensì come un diritto della persona.

Con la sospensione della leva obbligatoria ad opera della legge 23 agosto 2004 n. 226 (a partire dal 1° gennaio 2005), risultò sospesa di fatto anche l'opzione del servizio civile obbligatorio per obiezione di coscienza. L'emanazione della legge 2 agosto 2007 n. 130 ha reso tuttavia possibile esercitare la rinuncia allo stato di obiettore: infatti la norma ha modificato la legge del 1998, facendone venire meno le limitazioni previste e ponendo fine in modo effettivo a talune discriminazioni cui obbiettivamente andavano incontro i cittadini che avessero scelto di prestare servizio civile in luogo di quello di leva. Le ultime disposizioni della legge 5 marzo 2010 n. 66 - "Codice dell'arruolamento militare" - detta le ultime norme che ancora fanno riferimento agli obiettori di coscienza.

Quell'illuso del Musón