Pensieri di guerra a 94 anni... quei 600 mila morti italiani, quei kaiserjäger, quei kamikaze che ho visto partire in Giappone per il Pacifico, tutti quei giovani rimasti sui campi di battaglia mi fanno male e non so giustificarne la morte

Sui ghiacciai della Presanella I guerra Mondiale

Sono stato invitato a parlare di "guerra" a giovani di 18 anni! Mi sento assalito da una rida di pensieri e di considerazioni nell'assillo di dovermi confrontare con delle generazioni che la guerra non l'hanno conosciuta, con giovani che non hanno vissuto l'esperienza dei "coscritti" e che, mi auguro e spero, non abbiano mai a dover o vivere o subire vicende così drammatiche.
Io mi trovo "carico" di guerre fortunatamente non vissute in prima persona, ma subite o conosciute. Figlio di un Kaiserjäger, che era stato militare in Galizia (Polonia), sono cresciuto con i continui racconti vissuti sui fronti austroungarici orientali contro i Russi (ravvalorati dalle ancor vive in loco testimonianze giudicariesi della Guerra Bianca in Adamello) mentre a scuola eravamo imbevuti dalla esaltazione della "vittoria" italiana contro l'Austria tenuta viva del fascismo in maniera esagerata ed esasperante, ovviamente non oggettiva.

Poi nel 1935 la guerra in Africa dell'Abissinia e subito dopo i "Volontari" in Spagna vissuta di riflesso in collegio attraverso parenti ed amici coinvolti direttamente.
Subito dopo parto per il Giappone il 18 ottobre 1939 con la guerra già scoppiata il 1° settembre fra Germania e Polonia, e con i mari già solcati da navi da guerra francesi e inglesi camuffate. Giunto in Giappone vi trovo compagni giapponesi di studio già subito chiamati (e a morire) nella guerra fra Giappone e Cina e poi, seguiti con l'annuncio del 10 giugno che l'Italia era entrata in guerra e successivamente, l'8 dicembre 1941, anche il Giappone entra nel pieno del secondo conflitto mondiale.

Mi trovo a condividere con la popolazione giapponese i terrificanti bombardamenti aerei degli Americani su tutte le città nipponiche, terminati con le due bombe atomiche. Anche in campo di concentramento dopo che l'Italia aveva rotto l'asse Berlino-Tokyo; quindi la fame e l'assoluta assenza di contatti con l'Italia. Solo al ritorno, nel 1947, la conoscenza di quanto era avvenuto in Italia e in Europa, e le sofferenze della mia famiglia con me isolato in Giappone e due fratelli prigionieri per anni in Germania.

E via via il continuo approccio, attraverso i mass-media e lo studio, di quanto perpetrato un po' ovunque dal passaggio di un flagello che ancor oggi deve curare le piaghe rimaste aperte, come in Giappone si vivono tuttora le conseguenze di radiazioni incurabili ed inguaribili. E poi - dagli anni Cinquanta ad oggi - ancora il succedersi delle guerre in Siam, nel Golfo persico, in Afghanistan, in Siria, in Palestina più i continui ed ancor vivi conflitti in Africa.

Quasi un secolo di guerre, senza fare riferimento alla ininterrotta sequenza "storica" delle guerre nei secoli precedenti. Con quale approccio di pensiero sulla guerra ci si può avvicinare ai giovani di oggi? Analizzando quali particolari? Studiando le tattiche di guerra? Considerando le prepotenze dei potenti? Investigando le ingiustizie commesse? Quantificando i morti ed i sopravissuti? Andando a cercare coloro che ancora portano in sé le conseguenze di drammi e sofferenze non ancora conosciute e scritte?

Nella mia mente si fa sempre più strada soltanto la certezza che le guerre hanno potuto farle solo coloro che avevano a disposizione tanto denaro e tanto potere da: 1) comperarsi armi a non finire; 2) addestrare eserciti agguerriti; 3) attrezzare servizi logistici di vettovagliamento per anni ed anni; 4) avere a disposizione una quantità enorme di uomini capaci ed obbligati ad uccidere e disposti ad essere uccisi.

Quest'ultima considerazione mi ossessiona da notti e notti e non mi dà pace. Sotto un certo malcelato punto di vista posso accettarla per i potenti che avevano a disposizione persone che volontariamente sceglievano di mettersi a loro disposizione (naturalmente per soldi) e pronti sia ad uccidere che ad essere uccisi; ma non riesco ad accettare l'idea dei nazionalismi esasperati che hanno istituito la "leva obbligatoria": cioè si è reso obbligatorio il dover mettersi a disposizione della "patria", sia per andare ad uccidere che andare alla morte in nome della "patria", che risultava idealmente uguale sia per se stessi che per gli eventuali "nemici", tanto che sullo stesso fronte bellico si opponevano uomini l'uno contro l'altro pronti a vicendevolmente a uccidersi in nome di due patrie diverse: la propria e quella del nemico.

Ed il guaio è che senza uomini, uccisori e uccisi a milioni, non si sarebbe potuto avere guerre di sorta: le armi non uccidono da sole; ognuna è mossa da un uomo; le bombe non cadono da sole dal cielo: vi è sempre un uomo alla leva di comando. Anche l'atomica ha avuto bisogno di uomini capaci di saper e dover uccidere. E, quindi, i potenti che hanno voluto o subito le guerre, hanno dovuto sacrificare la parte migliore dell'umanità: i giovani.

Questa la tristezza infinita di ogni guerra: uomini pronti ad uccidere con ogni mezzo, uomini vittime di un altro uomo obbligato ad ucciderli, anche magari senza volerlo.
Queste considerazioni - nel 2014 - vanno illustrate e come possono essere considerate da ragazzi di 18 anni che, fino a qualche decina di anni fa, erano obbligati, alla loro attuale età, a ricevere la "cartolina di richiamo" e ad essere addestrati - a vent'anni - anche ad eventualmente uccidere il preteso o inventato "nemico" per ordine del potente del momento alla guida del proprio Stato, senza saperne, magari, il perché?

È chiaro che un discorso del genere fatto ai tempi in cui ero ragazzo era impossibile; e forse anche oggi, per qualcuno suona come un'offesa alla nazione o all'amor di patria. Ma a me quei 600 mila morti italiani, quei kaiserjäger di cui ci hanno parlato i reduci austroungarici, quei kamikaze che ho visto partire in Giappone per il Pacifico, tutti quei giovani rimasti sui campi di battaglia mi fanno male e non so giustificarne la morte; come mi fanno male le vittime dei bombardamenti aerei e delle bombe atomiche e gli infiniti corpi martoriati che tutti i giorni la televisione drammaticamente ci mette sotto gli occhi quali "vittime innocenti" di chi ancora è "malato di armi"!

Io mi sento oppresso da questo peso di morti "voluti" da chi ha fatto e da chi fa le guerre. La guerra è una constatazione storica, ma rimane irrazionale ed incomprensibile. Ho voluto accertarmene ed ecco quello che ho trovato nel testo della "Enciclopedia della Filosofia e delle Scienze Umane" (DeAgostini, 1996): «Guerra: situazione di forte contrasto esistente fra Stati che si tenta di risolvere con la violenza, principalmente attraverso l'uso delle armi, al fine di tutelare un presunto o reale diritto violato. La guerra non rappresenta un elemento oggettivo definibile in astratto, ma si comprende soltanto in relazione alle condizioni reali, alla cultura, alle esigenze, alle aspirazioni delle comunità sociali che coinvolge. Essa non può quindi essere considerata, fatalisticamente, un dato costante della storia umana, né tantomeno un fattore naturale perenne. Al contrario, la guerra rimane una realizzazione dell'uomo, mutevole nelle forme in relazione alle preesistenti condizioni di pace, alle norme e alle consuetudini del diritto internazionale vigente, al tipo di comunità coinvolte, alla concezione di politica a cui queste fanno riferimento, ai modelli economici che le sostengono, alla cultura scientifica e alle tecnologie di cui dispongono».
Sono affermazioni scientifiche che danno da pensare. Ne parlerò coi giovani e sono già ansioso di ascoltare la loro voce e curioso di apprendere le loro considerazioni.
Mario dei Musón