
«Facciamolo il 9 ottobre, verso le 9-10 di sera, saranno tutti davanti alla tivù e non ci disturberanno, non se ne accorgeranno nemmeno. Avvisare la popolazione? Per carità. Non creiamo allarmismi. Abbiamo fatto le prove a Nove, le onde saranno alte al massimo 30 metri, non accadrà niente e comunque per quei quattro montanari in giro per i boschi non è il caso di preoccuparsi troppo».
La sconvolgente conversazione tra dirigenti della Sade, sarebbe avvenuta, più o meno con queste parole, nell'ufficio di Longarone dell'allora notaio Isidoro Chiarelli. Lo hanno rivelato Francesca e Silvia Chiarelli, figlie del notaio, al Gazzettino che riporta l'incredibile testimonianza delle donne.
A cinquanta anni da quell'immane tragedia accorsa il 9 ottobre 1963 nel neo-bacino idroelettrico artificiale del Vajont, che provocò quasi 2mila morti, emerge un altro frammento di una storia tanto tremenda quanto oscura.
A cercare di fare chiarezza sulla caduta della colossale frana dal soprastante pendio montuoso nelle acque del sottostante e omonimo bacino lacustre alpino ed alla conseguente tracimazione dell'acqua contenuta nell'invaso molti giornalisti e cittadini tra i quali Marco Paolini con una indagine da brivido nel quale emergono aspetti inquietanti e di assoluta gravità, primo tra tutti la rimozione da parte della Sade, proprietaria della diga, di qualsiasi ostacolo alla costruzione della diga, fossero pareri negativi di geologi, persone o quant'altro...
Quello comunque che è certo è che l'enorme massa d'acqua, valutabile attorno ai 300 milioni di metri cubi, che si sollevò a seguito dell'impatto della frana del monte Toc provocò una strage senza precedenti e ancora oggi non sappiamo come sono andate le cose. Sappiamo invece che l'80% delle vittime si registrò lungo la valle del Piave, tra il centro di Longarone, capoluogo di Comune, praticamente distrutto, e le frazioni vicine di Rivalta, Pirago, Faè e Villanova.
Ma come mai le sorelle Chiarelli parlano a distanza di 50 anni? «Mio padre ci provò in tutti i modi – dice Francesca -, ma non ebbe ascolto. Anzi fu isolato. Parlarne oggi, in cui l'attenzione mediatica è forte, per l'imminente cinquantesimo, non può che rendere onore al coraggio di nostro padre. E poi basta parlare di disgrazia: nostro padre lo chiamava eccidio».
«La sera del disastro programmato - prosegue - mio padre ci fece stare pronti. Eravamo vestiti di tutto punto, pronti a scappare». E l'onda scese. Con soli 39 minuti di ritardo rispetto all'ora indicata dai dirigenti Sade: erano infatti le 22.39.
La prevalenza della popolazione era chiusa in casa a guardare la partita e questo, secondo la Sade, sarebbe stata una garanzia di tranquillità per eseguire la manovra di far scendere quella maledetta frana che pesava come un macigno sul valore dell'opera, destinata ad essere venduta all'Enel. I modelli di studio effettuati a Nove indicavano infatti che l'onda sarebbe stata alta una trentina di metri...