Nella rivista di Trento dell'Aimc (Associazione Maestri Cattolici Italiani) "Scuola e Vita" a. XVIII, n. 3, maggio-giugno 1977 il redazionale dell'allora maestro Mario Antolini, redattore responsabile della rivista stessa.
«Trovo scritto su un quotidiano alla fine di maggio 1977: "È che, in sostanza, noi adulti non abbiamo capito ancora che i giovani valgono di più di un'autostrada e che, pertanto, meriterebbero un corpo docente più preparato, è più responsabile, più entusiasta del mestiere che fa... Perché un'autostrada si può fare anche più tardi, ma una generazione quando è venuta su male, corrosa dal tarlo dell'apatia e della lotta continua – che sono i frutti più evidenti dell'ignoranza e della sfiducia – è compromessa per tutta la vita e sarà un peso e non un sostegno per la società di domani" (Grigolli).
«Ancora una volta viene messo il dito nella piaga più grande d'Italia: la mancanza di un'adeguata preparazione di quadri della scuola: il settore più importante e più delicato di tutto un popolo. Dopo decenni di democrazia non si è ancora voluto comprendere che ogni provvedimento – di qualsiasi genere esso sia – è un buco nell'acqua se ad esso non corrisponde un'azione determinante e decisiva nel settore della formazione delle nuove generazioni, e, conseguentemente, di coloro che tali generazioni sono chiamati ad aiutare a formarsi; se cioè non si pensa adeguatamente a dare ai giovani ciò che loro compete, nel modo che loro compete, nei tempi richiesti ed adeguati.
«E ciò è possibile non tanto nel predisporre piani di edilizia scolastica o nell'adeguare i salari (quando vengono adeguati!) alle richieste sindacali, ma nella effettiva preparazione e nel sostanziale aggiornamento di coloro cui la scuola viene affidata per professionale competenza. Duole – molto spesso come operatori scolastici – sentire i propri limiti professionali proprio per la mancata preparazione, o per i mancati mezzi e strutture per un aggiornamento che sia professionalmente valido sotto tutti gli aspetti necessari. Chi pensa a noi docenti, insegnanti, operatori scolastici, educatori? Con quali mezzi ed in quali strutture veniamo professionalmente preparati? Chi ci aiuta – con i fatti e non con le parole e le circolari – ad adeguarci alle specifiche richieste di formazione dei fanciulli, dei ragazzi, degli adolescenti e dei giovani di oggi per il loro domani?
«Trovo scritto in una rivista scolastica di fine maggio 1977: "La scuola di base si propone di sviluppare, in relazione con la maturazione psicomotoria e del controllo del comportamento fisico, le capacità espressive e di comunicazione e le capacità relazionali; di far acquisire criteri e modalità di organizzazione razionale dell'esperienza; di far acquisire la conoscenza e la comprensione degli elementi storico-sociali e naturali della realtà e i processi della sua trasformazione; educa al confronto e alla tolleranza, alla capacità di comportamenti democratici. Per realizzare le finalità indicate, la scuola di base si struttura in modo da favorire il legame fra teoria e pratica, fra ideazione progettazione ed esecuzione, fra lavoro manuale e lavoro intellettuale, promuove l'esperienza della vita democratica" (Riforma della scuola, n.3/77).
«Sono traguardi ambitissimi, di fronte ai quali sento ancor più i miei limiti del mio 'essere maestro', della mia incapacità a rispondere adeguatamente a tanta e tale esigenza. Siamo, cioè, chiamati a dare tanto di più, a dare sempre di più nel momento stesso in cui siamo lasciati sempre più soli, sempre più isolati in una struttura incapace di spezzare definitivamente un modus vivendi che sta portando la scuola alla morte, al suo disfacimento, alla sua lacerazione. È stato, infatti, scritto nel febbraio di questo 1977: "Si dovrebbe avere un sistema scolastico flessibile nella didattica e nei meccanismi espliciti di socializzazione, adattabile alla storia e ai problemi di ogni bambino; si ha, invece, un sistema standard che si evolve sulla base di sciabolate legislative che non peggiorano né migliorano la situazione; semplicemente la cambiano perché snobbano la prima se non unica legislazione veramente necessaria: una legislazione che consenta di trattare ogni bambino/alunno come un problema individuale, e un problema che muta di anno in anno e in anni diversi per ognuno" (Scaglia-Poletti). Ma anche una siffatta richiesta legislazione a quale tipo di professionista – preparato dove, da chi, quando e come ? – affiderebbe l'attuazione di più specifiche e qualificanti finalità?
«Fine maggio 1977: lotta fra Sindacati e Governo per la scuola e riunioni di collegi dei docenti a non finire. Tutte occasioni in cui il frazionamento della classe magistrale sta facendo veder le 'crepe' più vistose. Ognuno cammina per conto suo; ognuno è sicuro soltanto di sé; ognuno non crede agli altri; ogni componente di un gruppo non crede alla validità delle argomentazioni degli altri. È un isolamento triste e desolante. Le riviste scolastiche cercano di rincuorarci, di dare nuovo abbrivio alla nostra stanchezza. Ma quanti di noi sono ancora disponibili ad accettare un richiamo che sembra giungere da tanto lontano? Chi ancora è credibile per chi di noi è stato vinto dalla sfiducia perché lasciato solo con i suoi crescenti problemi che diventano ansia, angoscia, desiderio di tutto abbandonare?
«Il legislatore abbia 'delicato sentire' per quanto avviene non tanto nella scuola, globalmente assunta, ma per quanto soprattutto avviene nella mente e nel cuore degli operatori scolastici; sappia che senza economisti e senza tecnocrati e burocrati può ancora manovrare in qualche modo l'imbarcazione dello Stato, ma che senza operatori scolastici preparati e motivati non potrà mai giungere ad avere un popolo e una nazione da saper e poter saggiamente governare».
Mario Antolini