Notizie dal Trentino

In Italia poca cultura e niente sviluppo. Al Festival dell'Economia si discute sul Manifesto pubblicato dalla Domenica del Sole 24 Ore

Andrea CARANDINI Innocenzo CIPOLLETTA  Gilberto CORBELLINI Massimo EGIDI Alessandro LATERZA Salvatore ROSSI Armando MASSARENTI 1Il Sole 24 Ore, attraverso il supplemento culturale della domenica, pubblica il Manifesto per il rilancio del rapporto tra sviluppo e cultura. Il Festival dell'Economia di Trento risponde chiamando a raccolta intellettuali, storici, economisti per verificare se la "rivoluzione copernicana", invocata dal domenicale economico, è davvero iniziata. I quadro è preoccupante: "In Italia si fa poca cultura mentre lo sviluppo è di fatto bloccato."

Il quadro, se lo guardiamo con gli occhi dello storico Andrea Carandini, - professore emerito di Archeologia e Storia dell'arte greca e romana all'Università "La Sapienza" di Roma - è desolante: la rivoluzione, tanto invocata dalla Domenica del Sole 24 Ore, non è avanzata e, forse, non è nemmeno iniziata, ma non per questo bisogna arrendersi. "Semplicemente - taglia corto Carandini - non stiamo rispettando l'articolo 9 della Costituzione. In momenti di crisi, i finanziamenti pubblici dello Stato italiano non contemplano la cultura". Il professore della Sapienza ricorda gli 85 milioni di euro stanziati dal Governo per la cultura: "Un'inezia, 80 di questi sono ascrivibili alle mie dimissioni dal Governo Berlusconi".
Ma la colpa non è tutta del Governo. In Italia fatica ad affermarsi una nuova idea di cultura e di ricerca. Lo afferma Massimo Egidi, rettore della Liuss di Roma e presidente della Fondazione Kessler che in Trentino significa la ricerca scientifica: "In Italia il mondo della ricerca fatica a capire che è al servizio del Paese e che deve essere utilizzata e messa a disposizione di tutti. la ricerca non è un gioco intelligente ma socialmente utile. Se non riusciamo a sviluppare ricerca e a venderla all'esterno, abbiamo fallito". Il rettore ricorda il modello russo di sviluppo dei computer, tutto basato su un modello centralista: "Hanno vinto gli americani che hanno capito e sviluppato la Rete". E' anche il mercato dunque - secondo Egidi - a dettare tempi e esigenze, in cambio - Egidi non lo dice, ma lo fa chiaramente intendere - ci possono essere i soldi che oggi lo Stato italiano non può più garantire né alla cultura né alla ricerca.
La stessa visione è condivisa da Innocenzo Cipolletta, presidente dell'Università degli Studi di Trento e coordinatore del comitato scientifico per la candidatura della città di Venezia e del Nordest a capitale europea della cultura 2019: "La cultura deve essere una fonte di reddito e la candidatura di Venezia a capitale europea della cultura intende portare a tutto il Nord Est un'importante movimento culturale ed economico".
Sulla stretta relazione tra cultura e sviluppo economico torna anche Salvatore Rossi, vice direttore generale della Banca d'Italia: "I Paesi emergenti hanno alle spalle una cultura millenaria profondissima che rappresenta l'humus su cui crescono i germogli dello sviluppo economico".
Da economista Rossi individua le tre cause che spinto le persone ad acculturarsi: gratificazione personale, status sociale e convenienza economica. In altre parole, fino ad oggi (anche in Italia), diventare persone con solide basi culturali, rappresenta un vantaggio anche in termini economici e sociali. Il dirigente di Bankitalia mette in discussione il nostro modello di fabbrica della cultura ("europeo continentale") a favore di quello angloamericano: "I Paesi dominanti hanno il secondo modelli e alcuni Stati europei, quali Spagna, Francia e Germania, si stanno spostando verso il modello vincente. L'Italia è rimasta ferma, ancorata ad un modello in cui le scuole di istruzione superiore sono uffici ministeriali e il professor universitario è un impiegato pubblico, con uno stipendio basso. Da noi, il luminare prende tanto quanto l'ultimo dei portaborse che ha strappato una docenza al suo barone".
La cultura è un valore, un elemento fondante della società moderna. "Una società colta crea figli socialmente responsabili e più affidabili - spiega Gilberto Corbellini, docente di Storia della medicina all'Università la Sapienza di Roma -. Non a caso i Paesi più evoluti investono risorse importanti nell'educazione scolastica e universitaria, e nella ricerca". Il risultato è una società con meno crimini e più cooperazione, maggiore reddito pro capite, libertà economica, efficienza istituzionale e politici più colti al governo. "Sono le élite - conclude il docente - che devono riflettere su questi dati e agire di conseguenza".
E in difesa della situazione italiana si schiera Alessandro Laterza, editore e presidente della Commissione cultura di Coinfindustria: "Non è vero che abbiamo una pessima scuola, una pessima università e un pessimo sistema di ricerca. Le risorse sono poche ma dobbiamo ragionare su come spenderle e sui cambiamenti da mettere in atto".
Dal Festival dell'Economia arrivano ulteriori adesioni al Manifesto a sostegno della cultura della Domenica del Sole 24 Ore, seppur con i distinguo delle esperienze e convinzioni personali. La marcia è ancora lunga e sebbene non si possa ancora parlare di rivoluzione le condizioni ci sono tutte per arrivare agli Stati generali, partendo dai cinque punti fondanti: la costituente per la cultura; le strategie di lungo periodo; la cooperazione tra i ministri; l'arte a scuola e la cultura scientifica; merito, complementarità pubblico-privato, sgravi ed equità fiscale.