Agricoltura nelle Esteriori: nel nostro contesto territoriale il modello vincente è senza dubbio un gioco di scambio tra il modello industriale e quello del "piccolo e bello". Le riflessioni di Stefano Carloni sul convegno Cibo e paesaggio di Maso Pacomio

Maso Pacomio stumiaga Fiavè - fotom. ciaghi

Scrivo rispetto agli articoli pubblicati sul vostro portale giudicarie.com che hanno raccontato la due giorni "cibo e paesaggio" svolta al Maso Pacomio circa un mese fa.
Credo che dietro le parole di Salsa ci sia del vero, ma grande è la superficialità commessa nel valutare il percorso e lo stato del nostro territorio (Bleggio e Lomaso).

Parto dal presupposto che guardandoci intorno e comunicando con la generazione dai 20 ai 40 anni, si incontrano persone che hanno il desiderio, se non la pretesa, di "vivere bene".
Approfondendo si scopre che il "vivere bene" non è inteso come la ricerca di una ricchezza con conti in banca a cinque zeri o la ricerca della salute (di cui fortunatamente la maggioranza di noi gode), bensì la volontà di mantenere le comodità ed i piaceri con cui siamo cresciuti e che sono oggi considerati quasi come un diritto acquisito.

La voglia più diffusa è quindi quella di poter avere una casa propria, nuova o ristrutturata a nuovo, una comoda auto a testa, il tempo per coltivare le proprie passioni e mantenere tanti piccoli vizi (telefoni, vestiti, cene, feste, dotazioni sportive di qualità per ogni sport affrontato, anche se appena cominciato), weekend in giro per l'Europa ecc.. ed ovviamente anche l'avere dei figli rinunciando il meno possibile ai piaceri sopraelencati.
Sono rari gli esempi di persone che si sentono distanti da questo tipo necessità indotte, vuoi perchè ne sono nauseati o stufi a causa delle disponibilità economiche che hanno reso questi obiettivi superflui, o vuoi perchè siano effettivamente considerati come bisogni indotti non necessari, quindi non interessanti.

A prescindere dal giusto e dallo sbagliato (dall'etica) di cui non voglio occuparmi, per soddisfare le volontà di questa massa di persone che costituisce la maggioranza di noi c'è bisogno di produttività e reddito. Per produrre ricchezza si inquinerà e si modificherà un territorio per definizione; è l'uomo stesso che in qualche modo lo pretende.
E' altrettanto chiaro che non bisogna trincerarsi dietro questa scusante e che dobbiamo necessariamente puntare ad continuo miglioramento della nostra capacità di produrre ricchezza abbattendo il livello di intaccamento del territorio.

Per concretizzare questa lunga parte introduttiva e arrivare alle considerazioni in merito all'agricoltura giudicariese, vorrei riportare l'esempio dei nostri invidiati cugini altoatesini.
L'A.A. è un territorio che ha saputo certamente mantenersi, anzi diventare sempre più bello e ricco; i pilastri di questa evoluzione in positivo sono senza dubbio il maso chiuso, la cura maniacale, il marketing e soprattutto l'industria.

Infatti, stringendo il campo visivo sul settore lattiero-caseario (quello che interessa direttamente le parole di Salsa), si potrà scoprire che il sistema altoatesino è fondato sull'industria: le numerose aziende zootecniche medio-piccole, oltre a quelle grandi, sono capaci di esistere grazie a "colossi" come MILA, BRIMI, MERANER E STERZING che producono prodotti industriali, certamente ottimi e di qualità, ma pur sempre industriali.
Sono grandi aziende, strutturate e organizzate, che si inseriscono perfettamente nel contesto locale grazie a politiche lungimiranti e di qualità.

Questa superiore capacità altoatesina, purtroppo per noi, si dimostra anche in svariati altri settori.

Certamente dobbiamo imparare da chi è più bravo, ma dovremmo anche confrontarci con noi stessi ed ammettere ad esempio, che l'istituto del maso chiuso, che ha fortemente contribuito al miglioramento altoatesino evitando il frazionamento del territorio in particelle di dimensioni ridicole con tutte le problematiche annesse e connesse, noi trentini non lo avremmo mai accettato! insomma non si può essere come loro se non pensiamo e ragioniamo come loro!!

In merito al Caseificio di Fiavé, probabilmente sono stati commessi grossi errori di gestione; il problema principale credo però sia stato nell'incapacità di avere un progetto industriale lungimirante, che potesse avere un tornaconto sul territorio, non di certo il fatto che fosse un progetto industriale.

Oltretutto, notiamo spesso che anche molte piccole attività private faticano a lavorare tutto l'anno e sono pochi i casi di "piccolo e bello" che soddisfano le richieste del "vivere bene" di cui sopra.

Non voglio risultare disfattista, bensì vorrei si effettuassero delle considerazioni in più rispetto a quello che ipoteticamente sarebbe giusto fare e quello che le persone vogliono fare e/o avere.

Nel nostro contesto territoriale il modello vincente è senza dubbio un gioco di scambio tra il modello industriale e quello del "piccolo e bello" : senza le infrastrutture ed il volano del primo non è possibile investire e far fruttare sul secondo, mentre per vivere solo col "piccolo e bello" servirebbe un turismo per "pochi ricchi" che oltre ad essere difficile da attrarre (esistono tanti posti stupendi in Italia e nel mondo) ingloba anch'esso alcuni aspetti di difficile gestione come ad esempio la stagionalità del reddito.
Dall'altro lato però, se esistessero esempi positivi di "piccolo e bello" intorno ad un progetto industriale di qualità, si potrebbe realizzare sul territorio un tessuto economico-attrattivo ideale.

La collaborazione ed il rispetto reciproco sono l'unica logica auspicabile.